Nei giorni scorsi ho avuto l'occasione di prendere contatto con il nuovo iMac.
Putroppo non ho la possibilità di eseguire un test vero e proprio, ma posso solo esprimere qualche commento in base a ciò che ho provato in pochi minuti.
Al di là di tutte le novità sulla tecnologia costruttiva, sul procedimento utilizzato per saldare le due parti di alluminio, sulla laminazione dello schermo (e successiva deposizione al plasma dello strato antiriflesso) nonché sulle migliorie prestazionali che possono fornire il Fusion Drive e le nuove schede grafiche, quello che conta è l'impatto finale... l'utente si trova davanti prima di tutto un computer con uno schermo davvero migliore rispetto alla versione precedente: i riflessi non sono spariti del tutto, ma sono molto lievi, e soprattutto sono compensati da un'incredibile luminosità e brillantezza dei colori... lo so, sembrano frasi da volantino, ma è quello che traspare quando ci si trova di fronte, anche se non ho avuto modo di verificare l'effettiva corrispondenza cromatica e l'assenza di dominanti di colore.
Anche l'audio, nonostante lo spessore sottilissimo, raggiunge un ottimo livello, anche se sui toni bassi sembra un po' carente (per quel poco che ho avuto modo di sentire... dovrei provarlo con la mia musica, con certi brani in particolare)
Per quanto riguarda le prestazioni, un giudizio vero e proprio andrebbe fatto in modo approfondito, ma certo è che il Fusion Drive fa la sua bella parte per assicurare un po' di spint in più, e la direzione intrapresa da Apple è a mio avviso quella giusta (in attesa di potersi affidare totalmente agli SSD come sui MacBook Air e Retina, ma serve grande capacità a prezzo accessibile).
A valle di tutto ciò, per quanto mi riguarda resta sempre valida la mia idea di qualche tempo fa: magari tra qualche mese cambierò opinione, ma allo stato attuale delle cose non comprerei un all-in-one per nessun motivo, e sono molto curioso di vedere come si evolverà il Mac Pro nell'aggiornamento promesso il prossimo anno. Nel frattempo, chi attendeva il nuovo iMac di Apple, sicuramente non rimarrà deluso.
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sabato 15 dicembre 2012
martedì 4 dicembre 2012
Il personal computer del futuro
Da Punto-Informatico:
Prospettive future
La storia insegna
Prospettive future
Nel maggio del 2009 ci si chiedeva cosa avrebbe fatto Apple dell'acquisizione di P.A. Semi o, meglio, ci si chiedeva quando si sarebbero visti i reali risultati di questa acquisizione: perché se lo scopo dell'acquisizione era abbastanza chiaro, un processore non si progetta da un giorno all'altro.
I primi risultati arrivarono l'anno successivo con il primo SoC targato Apple, il processore Apple A4montato sull'iPad originale e, successivamente, su iPhone 4. Ma quello era solo l'inizio. L'Apple A4 era (anzi "è", perché iPhone 4 è ancora in vendita) un processore basato sull'architettura standard ARM Cortex A8, e lo stesso dicasi per il suo successore l'Apple A5, basato su ARM Cortex A9 e "declinato" successivamente in una variante A5X con comparto grafico potenziato per gestire la risoluzione delprimo iPad con display Retina. Già dal principio però, Apple stava probabilmente lavorando alla preparazione di un processore completamente customizzato, progettato solo per i propri dispositivi, e progettato per dare il meglio intorno al proprio hardware e al proprio software, seguendo appieno la filosofia Apple che vuole la migliore integrazione di ogni dettaglio.
Seguendo questa via si è arrivati all'iPhone 5 con processore Apple A6 (nonché l'A6X utilizzato nellanuova versione dell'iPad Retina ) e stavolta Apple ha fatto un passo in più: A6 non è più basato su un'architettura standard, anche se utilizza le specifiche ARMv7A (le stesse che definiscono l'architettura standard ARM Cortex A15). In definitiva si tratta sempre di un SoC ARM, ma con alcune caratteristiche plasmate da Apple attorno all'hardware specifico dei propri dispositivi iOS.
Continuando a parlare di ARM, quando sono state presentate le nuove architetture Cortex della serie A50 (in dettaglio la Cortex-A53 e la A57) a 64 bit, in molti si sono chiesti se ARM non fosse pronta per insidiare il trono di Intel: domanda più che legittima considerando tanto il fatto che Windows 8 esiste in versione RT per processori ARM, quanto il fatto che l'interesse per questo tipo di architettura sta crescendo anche sul lato server, laddove è importante il risparmio energetico (e possiamo segnalare degli esempi in tal senso sia da HP, che da Dell, o anche da AMD).
Parlando però di personal computer la situazione diventa più complicata: la maggior parte del software in circolazione è pensata per funzionare in ambienti più tradizionali e molte applicazioni non sono nemmeno compatibili con le architetture a 64bit, tant'è che Windows XP rappresenta ancora una grossa fetta dei sistemi ancora attivi. Sommando tutto quanto detto sopra, molti hanno fatto quadrato intorno alla possibilità che fosse proprio Apple ad abbandonare Intel per adottare l'architettura ARM anche sui Mac, possibilità alla quale ho accennato anche su queste pagine in più occasioni.
Per capire quanto questa possibilità sia reale, oltre a valutare la fattibilità tecnica di questo passaggio (considerando tanto gli aspetti di compatibilità, quanto quelli delle prestazioni richieste ad un computer, che sono diverse rispetto a quelle di un dispositivo mobile) dobbiamo fare un passo indietro per esaminare alcuni passaggi chiave della storia dei Mac.
La storia insegna
L'attuale architettura hardware dei Mac nasce ufficialmente nel corso della WWDC del 2005, quando Steve Jobs annuncia che, a partire dall'anno successivo, il PowerPC verrà progressivamente abbandonato per lasciare spazio a nuove macchine basate sull'architettura x86 dei processori Intel. La decisione non è delle più facili, ma il consorzio che aveva dato vita al PowerPC vedendo la collaborazione tra Apple, IBM e Motorola, era ormai defunto: il G4 era un processore vecchio e il G5 (oltre a non dare segnali di crescita) non entrava in un portatile neanche a forza per via dei consumi elevati... e soprattutto non c'era l'ombra di nuovi processori all'orizzonte. Fortunatamente Apple aveva preparato il tutto fin dalle prime fasi di sviluppo di Mac OS X e la transizione, sebbene non indolore (soprattutto in alcuni ambiti specifici) avvenne comunque senza troppi intoppi grazie a Rosetta (un interprete che traduceva le istruzioni PPC in istruzioni x86) e grazie alla possibilità di realizzare applicazioni che contenessero codice specifico per entrambe le architetture.
Apple non era nuova a questo tipo di transizioni: qualche anno prima aveva traghettato gli utenti dal Mac OS "classico" a Mac OS X utilizzando anche in quel caso delle librerie di transizione (Carbon) per creare software universale, e un ambiente in grado di emulare il vecchio sistema sul nuovo. Andando più indietro nel tempo e tornando a parlare più specificatamente di hardware, gli utenti Apple di lunga data ricorderanno anche la transizione tra i processori 68k e i PowerPC, transizione anch'essa caratterizzata da applicazioni con doppio codice per la entrambe le architetture, e dai soliti problemi che inevitabilmente accompagnano un cambiamento di questo tipo.
Il succo del discorso è che Apple non si è mai fatta troppi problemi ad
intraprendere dei cambiamenti drastici in nome di quella che (a torto o a
ragione) giudicava essere la soluzione migliore del momento e per gli
anni a venire, così come non si è mai fatta grossi problemi ad
utilizzare soluzioni proprietarie quanto riteneva che la loro adozione
comportasse dei vantaggi per le proprie macchine. Dal punto di vista
"ideologico", se Apple dovesse ritenere che l'architettura ARM può
offrire qualcosa di più dell'architettura x86, probabilmente cambierebbe
le carte in tavola ancora una volta: premesso questo, andiamo quindi ad
analizzare la cosa da un punto di vista un po' più tecnico.
Prima di tutto l'architettura ARM deve
offrire la possibilità di realizzare processori sufficientemente potenti
da poter rivaleggiare con i più classici processori Intel (o, più in
generale, sui processori x86) montati sui normali computer. Questo, a
mio avviso, potrebbe avvenire nel giro di 3 anni circa, soprattutto se
consideriamo che al giorno d'oggi la prestazioni assolute di una
macchina non si fanno solo con la potenza pura del processore, ma anche
con una migliore gestione dei diversi core (Grand Central Dispatch), con l'adozione di memorie allo stato solido in luogo degli Hard Disk tradizionali (MacBook Air e MacBook Pro Retina), con la divisione di certi compiti con la GPU (Open CL)
e con molti altri dettagli. Complessivamente, le prestazioni sono il
risultato di una migliore integrazione di tutte le componenti hardware e
software, qualcosa che Apple ha sempre cercato di fare anche in virtù
della "chiusura" dei propri sistemi, e quindi della limitata variabilità
dell'hardware.
In secondo luogo Apple non può rischiare un'altra volta di ritrovarsi nella stessa situazione che ha dovuto affrontare con il PowerPC, ma questo pericolo è già scongiurato dal panorama completamente differente in cui si trova oggi: Apple (come abbiamo detto sopra) ha comprato P.A. Semi assicurandosi la possibilità di avere personale che porterà sempre avanti lo sviluppo di nuovi processori. Inoltre, nonostante le personalizzazioni, in questo caso non si appoggerebbe su una tecnologia completamente proprietaria, ma porrebbe le sue basi su un'architettura in forte crescita, concessa in licenza e adottata da molti costruttori: in poche parole, considerando lo scenario attuale, è poco probabile che ARM sparisca da un momento all'altro.
Infine arriviamo al discorso della compatibilità, hardware e software. Dal punto di vista hardware possiamo notare come Apple si stia slegando da molti vincoli fisici appoggiandosi sempre più alle tecnologie WiFi, settore al quale (come abbiamo visto qualche settimana fa) è stato messo a capo Bob Mansfield: rimozione delle unità ottiche, stampa dai device iOS tramite AirPrint, software senza supporto fisico ma scaricato dalla Rete, AirPlay per la trasmissione di audio e video. Tutto passa da connessioni wireless slegate da particolari architetture hardware, e quando c'è la necessità di collegare qualcosa tramite cavo la risposta di Apple in chiave futura è Thunderbold, tecnologia ultraveloce potenzialmente in grado di supportare diversi protocolli, che potrebbe essere implementata anche attraverso il nuovo connettore Lightning dei dispositivi iOS.
Dal punto di vista della compatibilità software, iOS e OSX hanno già alcune basi in comune, pur girando su architetture diverse, quindi il passo potrebbe essere breve, e non è detto che Apple non abbia già dei prototipi sui quali lavora per tenersi pronta all'eventuale passaggio. Chi ritiene che Apple abbia guadagnato mercato grazie alla compatibilità con Windows assicurata dai processori Intel, potrebbe considerare il fatto che anche Windows 8 RT gira su processori ARM, e Microsoft sembra voler puntare in modo deciso in questa direzione, cioè su applicazioni realizzate per girare anche sulla versione RT del nuovo sistema. È vero che con l'A6 Apple è andata oltre le architetture standard, e le soluzione customizzate introdurrebbero delle incompatibilità anche sui Mac (precludendo quindi la strada a Windows RT) ma è anche vero che per i dispositivi mobile l'ottimizzazione spinta è quasi indispensabile per ottenere prodotti al top, mentre per un'eventuale Mac costruito intorno all'architettura ARM si potrebbe ricorrere alle ARM Cortex Standard (che sia la serie A50 basata su ARMv8, o quelle che arriveranno negli anni a venire).
La prima mossa
Con tutta probabilità il passaggio non sarebbe totalmente esente da problemi: come già avvenuto in passato (e descritto sopra) si assisterebbe ad un periodo con applicazioni appesantite dal doppio codice, ambienti di emulazione, e qualche incompatibilità il cui disagio può essere più o meno importante a seconda degli usi specifici degli utenti. Chi usa le applicazioni Apple o poco più (magari scaricato dal Mac App Store) potrebbe non riscontrare alcun problema; i professionisti legati a software molto specifici sarebbero invece legati ai tempi di aggiornamento dei singoli sviluppatori, e quindi anche all'efficacia degli strumenti (Xcode) che Apple metterebbe a disposizione per eseguire la transizione.
Il bello dell'Informatica è che si tratta di un settore sempre in movimento e in questi anni, tra il successo dei tablet e le rivoluzioni di interfaccia, si potrebbe arrivare anche ad uno stravolgimento di quelle architetture che sembravano ormai assodate, quasi scontate. Quando si parla di Apple la storia ci insegna che il cambiamento è ancora più probabile, ma anche Microsoft sta offrendo un contributo molto forte con Windows 8, e Google ha fatto la sua parte nel settore parallelo dei servizi online, dei sistemi mobile, e anche con i Chromebook. Questi ultimi dispositivi nati intorno a Chrome OS e al concetto di cloud (altra scommessa del futuro) sono virtualmente indipendenti dall'architettura: sono stati presentati tanto modelli con processore Intel (come l'Acer C7), quanto modelli con processori ARM, economici e per molti versi più convincenti (come il nuovo Samsung).
Ma se i Chromebook, per il loro particolare (e quasi indissolubile) legame con il mondo online, non sono ancora riusciti a fare breccia tra gli utenti, Windows 8 RT ha tutte le potenzialità per fare qualcosa in più, soprattutto perché potrebbe riuscire a traghettare verso dispositivi con architettura ARM gli utenti che siaffezioneranno abitueranno all'interfaccia Metro.
Per tirare le somme è ancora presto, ma se è vero che l'avvento delle architetture x86 segnò (a suo tempo) l'inizio della diffusione dei PC come li conosciamo oggi, nonché la sparizione quasi totali di tutte le altre tipologie di Personal Computer (con Apple che è rimasta l'unica mosca bianca nella sua nicchia), uno stravolgimento di architettura accompagnato da un cambiamento di abitudini degli utenti potrebbe rimescolare le carte in tavola. Se alcune novità delle novità più attese si riveleranno poco apprezzate o addirittura infruttuose, Apple potrebbe sorprendere tutti presentando un personal computer con sistema operativo "tradizionale" (senza le limitazioni di Windows RT e meno cloud-centrico di Chrome OS) capace di far girare le applicazioni di sempre, ma basato su una nuova architettura hardware che potrebbe essere l'architettura del futuro. O, perlomeno, di quel breve orizzonte del futuro informatico che possiamo immaginare oggi.
In secondo luogo Apple non può rischiare un'altra volta di ritrovarsi nella stessa situazione che ha dovuto affrontare con il PowerPC, ma questo pericolo è già scongiurato dal panorama completamente differente in cui si trova oggi: Apple (come abbiamo detto sopra) ha comprato P.A. Semi assicurandosi la possibilità di avere personale che porterà sempre avanti lo sviluppo di nuovi processori. Inoltre, nonostante le personalizzazioni, in questo caso non si appoggerebbe su una tecnologia completamente proprietaria, ma porrebbe le sue basi su un'architettura in forte crescita, concessa in licenza e adottata da molti costruttori: in poche parole, considerando lo scenario attuale, è poco probabile che ARM sparisca da un momento all'altro.
Infine arriviamo al discorso della compatibilità, hardware e software. Dal punto di vista hardware possiamo notare come Apple si stia slegando da molti vincoli fisici appoggiandosi sempre più alle tecnologie WiFi, settore al quale (come abbiamo visto qualche settimana fa) è stato messo a capo Bob Mansfield: rimozione delle unità ottiche, stampa dai device iOS tramite AirPrint, software senza supporto fisico ma scaricato dalla Rete, AirPlay per la trasmissione di audio e video. Tutto passa da connessioni wireless slegate da particolari architetture hardware, e quando c'è la necessità di collegare qualcosa tramite cavo la risposta di Apple in chiave futura è Thunderbold, tecnologia ultraveloce potenzialmente in grado di supportare diversi protocolli, che potrebbe essere implementata anche attraverso il nuovo connettore Lightning dei dispositivi iOS.
Dal punto di vista della compatibilità software, iOS e OSX hanno già alcune basi in comune, pur girando su architetture diverse, quindi il passo potrebbe essere breve, e non è detto che Apple non abbia già dei prototipi sui quali lavora per tenersi pronta all'eventuale passaggio. Chi ritiene che Apple abbia guadagnato mercato grazie alla compatibilità con Windows assicurata dai processori Intel, potrebbe considerare il fatto che anche Windows 8 RT gira su processori ARM, e Microsoft sembra voler puntare in modo deciso in questa direzione, cioè su applicazioni realizzate per girare anche sulla versione RT del nuovo sistema. È vero che con l'A6 Apple è andata oltre le architetture standard, e le soluzione customizzate introdurrebbero delle incompatibilità anche sui Mac (precludendo quindi la strada a Windows RT) ma è anche vero che per i dispositivi mobile l'ottimizzazione spinta è quasi indispensabile per ottenere prodotti al top, mentre per un'eventuale Mac costruito intorno all'architettura ARM si potrebbe ricorrere alle ARM Cortex Standard (che sia la serie A50 basata su ARMv8, o quelle che arriveranno negli anni a venire).
La prima mossa
Con tutta probabilità il passaggio non sarebbe totalmente esente da problemi: come già avvenuto in passato (e descritto sopra) si assisterebbe ad un periodo con applicazioni appesantite dal doppio codice, ambienti di emulazione, e qualche incompatibilità il cui disagio può essere più o meno importante a seconda degli usi specifici degli utenti. Chi usa le applicazioni Apple o poco più (magari scaricato dal Mac App Store) potrebbe non riscontrare alcun problema; i professionisti legati a software molto specifici sarebbero invece legati ai tempi di aggiornamento dei singoli sviluppatori, e quindi anche all'efficacia degli strumenti (Xcode) che Apple metterebbe a disposizione per eseguire la transizione.
Il bello dell'Informatica è che si tratta di un settore sempre in movimento e in questi anni, tra il successo dei tablet e le rivoluzioni di interfaccia, si potrebbe arrivare anche ad uno stravolgimento di quelle architetture che sembravano ormai assodate, quasi scontate. Quando si parla di Apple la storia ci insegna che il cambiamento è ancora più probabile, ma anche Microsoft sta offrendo un contributo molto forte con Windows 8, e Google ha fatto la sua parte nel settore parallelo dei servizi online, dei sistemi mobile, e anche con i Chromebook. Questi ultimi dispositivi nati intorno a Chrome OS e al concetto di cloud (altra scommessa del futuro) sono virtualmente indipendenti dall'architettura: sono stati presentati tanto modelli con processore Intel (come l'Acer C7), quanto modelli con processori ARM, economici e per molti versi più convincenti (come il nuovo Samsung).
Ma se i Chromebook, per il loro particolare (e quasi indissolubile) legame con il mondo online, non sono ancora riusciti a fare breccia tra gli utenti, Windows 8 RT ha tutte le potenzialità per fare qualcosa in più, soprattutto perché potrebbe riuscire a traghettare verso dispositivi con architettura ARM gli utenti che si
Per tirare le somme è ancora presto, ma se è vero che l'avvento delle architetture x86 segnò (a suo tempo) l'inizio della diffusione dei PC come li conosciamo oggi, nonché la sparizione quasi totali di tutte le altre tipologie di Personal Computer (con Apple che è rimasta l'unica mosca bianca nella sua nicchia), uno stravolgimento di architettura accompagnato da un cambiamento di abitudini degli utenti potrebbe rimescolare le carte in tavola. Se alcune novità delle novità più attese si riveleranno poco apprezzate o addirittura infruttuose, Apple potrebbe sorprendere tutti presentando un personal computer con sistema operativo "tradizionale" (senza le limitazioni di Windows RT e meno cloud-centrico di Chrome OS) capace di far girare le applicazioni di sempre, ma basato su una nuova architettura hardware che potrebbe essere l'architettura del futuro. O, perlomeno, di quel breve orizzonte del futuro informatico che possiamo immaginare oggi.
domenica 18 novembre 2012
[10 anni fa] autunno 2002
Col la speranza di riuscire a rendere ancora "mensile" l'appuntamento nostalgico con gli eventi del decennio precedente, dopo la rassegna estiva passiamo oggi all'autunno del 2002.
Comincio subito col segnalarvi un mio articolo di opinione che affrontava il futuro di Apple sia sotto il punto di vista del sistema operatvo (in particolare agli aspetti Open Source di MacOSX) che sotto il profilo hardware dove, nonostante qualche speranza data da IBM, già si vedevano le ombre sul futuro del PPC, ombre che avrebbero poi portato alla migrazione verso Intel (argomento già trattato qualche tempo prima); ...e chissà che non sia l'ultima migrazione... ma di questo ne parlerò più avanti.
Restando in tema Apple, dopo le novità di settembre in ambito desktop, agli inizi di novembre del 2002, la casa di Cupertino aggiornava la sua linea di macchine portatili. A chi si lamenta dei prezzi attuali, ricordiamo che il modello Top del PowerBook Titanium, per l'occasione, subì un abbassamento di prezzo di ben 1500 Euro, arrivando così a costare "solo" 3900 Euro... 10 anni fa... di serie montava il Superdrive, ovvero un'unità ottica in grado di masterizzare i DVD (ai tempi Apple puntava molto iMovie e iDVD), anche se già a quei tempi si iniziava a parlare di BluRay; oggi le unità ottiche sono destinate a sparire.Sempre in tema di prezzi, i nuovi iBook presentati in quell'occasione scesero per la prima volta sotto la soglia psicologica dei 1000 dollari: il modello entry-level costava 999 dollari: oggi a quel prezzo (al quale vanno aggiunte le tasse) c'è il MacBook Air da 11".
Sempre nel settembre 2002, Lerry Ellison lasciava un posto libero nel Consiglio di Amministrazione di Apple.
Cambiando argomento, Sharp muoveva i primi passi per portare gli schermi 3D nelle case di tutti... e non era l'unica a crederci... sarà, ma come scrissi un paio di anni fa, io sono scettico ancora oggi sul futuro di questa tecnologia, anche se ho avuto modo di apprezzarla in diverse occasioni, in particolare con un Nintendo 3DS (dispositivo che però fa uso di una tecnologia che non richiede l'uso di occhialini, anche se obbliga a tenere una certa posizione della testa rispetto allo schermo).
Nel campo della telefonia si muovevano invece i primi passi verso l'UMTS (anche in Italia), e Palm cercava di offrire un browser all'altezza della concorrenza, che ormai aveva fatto capire come sarebbe andata a finire, nonostante l'offerta di nuovi modelli a basso prezzo e nuove idee destinate a non avere grosso successo. Chi vedeva lungo invece era Intel che già puntava tutto sulla mobilità, internet, e il wireless, anche se oggi come oggi chi la fa da padrone sui device portatili è ARM: questo non era stato previsto da Intel... Chi non vedeva lungo era invece Philips, che cercava di convincere il mondo che il futuro dell'archiviazione dati era quello di miniaturizzare i supporti ottici creando dischi da 3cm da infilare in smartphone e altri device portatili: ne avete mai visto uno???
Restando in tema, Microsoft annunciava uno dei suoi progetti meno riuscuti: XP in versione tablet, che a detta di Redmond avrebbe dovuto rimpiazzare tutti i normali PC nel giro di 5 anni. A distanza di 10 anni, e con un era dei tablet iniziata ufficialmente da Apple, Microsoft ci riprova con Windows 8, ma stavolta adotta una tattica completamente opposta: invece di portare sul tablet l'interfaccia dei computer desktop, mette sui desktop l'interfaccia del tablet: nonostante l'assurdità di certi concetti, credo che stavolta Microsoft riuscirà a farla franca: in ambito desktop è quasi impossibile staccarsi da Windows, e é l'adozione di Windows 8 sui desktop porterà inevitabilmente al suo successo anche in ambito tablet... resta da vedere a scapito di chi...
Tornando alla Apple di 10 anni fa, nonostante in molti si lamentano del livello sonoro dell'iPod, giudicato troppo basso, 10 anni fa Apple fu addiritura costretta a ritirare il proprio dispositivo dal mercato francese, perché il livello di decibel era troppo elevato.
A tutto questo mischiate le solite dosi di polemiche su pirateria, privacy, spam, lotte tra telco, e schermaglie tra opensource e mondo del software chiuso: tutto uguale ad oggi, anche se le lotte sulla pirateria digitale si sono ormai spostate dalla musica all'editoria... chissà coma andrà a finire.
Comincio subito col segnalarvi un mio articolo di opinione che affrontava il futuro di Apple sia sotto il punto di vista del sistema operatvo (in particolare agli aspetti Open Source di MacOSX) che sotto il profilo hardware dove, nonostante qualche speranza data da IBM, già si vedevano le ombre sul futuro del PPC, ombre che avrebbero poi portato alla migrazione verso Intel (argomento già trattato qualche tempo prima); ...e chissà che non sia l'ultima migrazione... ma di questo ne parlerò più avanti.
Restando in tema Apple, dopo le novità di settembre in ambito desktop, agli inizi di novembre del 2002, la casa di Cupertino aggiornava la sua linea di macchine portatili. A chi si lamenta dei prezzi attuali, ricordiamo che il modello Top del PowerBook Titanium, per l'occasione, subì un abbassamento di prezzo di ben 1500 Euro, arrivando così a costare "solo" 3900 Euro... 10 anni fa... di serie montava il Superdrive, ovvero un'unità ottica in grado di masterizzare i DVD (ai tempi Apple puntava molto iMovie e iDVD), anche se già a quei tempi si iniziava a parlare di BluRay; oggi le unità ottiche sono destinate a sparire.Sempre in tema di prezzi, i nuovi iBook presentati in quell'occasione scesero per la prima volta sotto la soglia psicologica dei 1000 dollari: il modello entry-level costava 999 dollari: oggi a quel prezzo (al quale vanno aggiunte le tasse) c'è il MacBook Air da 11".
Sempre nel settembre 2002, Lerry Ellison lasciava un posto libero nel Consiglio di Amministrazione di Apple.
Cambiando argomento, Sharp muoveva i primi passi per portare gli schermi 3D nelle case di tutti... e non era l'unica a crederci... sarà, ma come scrissi un paio di anni fa, io sono scettico ancora oggi sul futuro di questa tecnologia, anche se ho avuto modo di apprezzarla in diverse occasioni, in particolare con un Nintendo 3DS (dispositivo che però fa uso di una tecnologia che non richiede l'uso di occhialini, anche se obbliga a tenere una certa posizione della testa rispetto allo schermo).
Nel campo della telefonia si muovevano invece i primi passi verso l'UMTS (anche in Italia), e Palm cercava di offrire un browser all'altezza della concorrenza, che ormai aveva fatto capire come sarebbe andata a finire, nonostante l'offerta di nuovi modelli a basso prezzo e nuove idee destinate a non avere grosso successo. Chi vedeva lungo invece era Intel che già puntava tutto sulla mobilità, internet, e il wireless, anche se oggi come oggi chi la fa da padrone sui device portatili è ARM: questo non era stato previsto da Intel... Chi non vedeva lungo era invece Philips, che cercava di convincere il mondo che il futuro dell'archiviazione dati era quello di miniaturizzare i supporti ottici creando dischi da 3cm da infilare in smartphone e altri device portatili: ne avete mai visto uno???
Restando in tema, Microsoft annunciava uno dei suoi progetti meno riuscuti: XP in versione tablet, che a detta di Redmond avrebbe dovuto rimpiazzare tutti i normali PC nel giro di 5 anni. A distanza di 10 anni, e con un era dei tablet iniziata ufficialmente da Apple, Microsoft ci riprova con Windows 8, ma stavolta adotta una tattica completamente opposta: invece di portare sul tablet l'interfaccia dei computer desktop, mette sui desktop l'interfaccia del tablet: nonostante l'assurdità di certi concetti, credo che stavolta Microsoft riuscirà a farla franca: in ambito desktop è quasi impossibile staccarsi da Windows, e é l'adozione di Windows 8 sui desktop porterà inevitabilmente al suo successo anche in ambito tablet... resta da vedere a scapito di chi...
Tornando alla Apple di 10 anni fa, nonostante in molti si lamentano del livello sonoro dell'iPod, giudicato troppo basso, 10 anni fa Apple fu addiritura costretta a ritirare il proprio dispositivo dal mercato francese, perché il livello di decibel era troppo elevato.
A tutto questo mischiate le solite dosi di polemiche su pirateria, privacy, spam, lotte tra telco, e schermaglie tra opensource e mondo del software chiuso: tutto uguale ad oggi, anche se le lotte sulla pirateria digitale si sono ormai spostate dalla musica all'editoria... chissà coma andrà a finire.
mercoledì 14 novembre 2012
iPad Mini contro tutti
Come di consueto, ripropongo anche qui la mia recensione sull'iPad mini (con qualche commento anche sul nuovo iPad Retina con processore A6X) pubblicata settimana scorsa su Punto-Informatico:
-Le dimensioni contano-
Dopo le prime impressioni alla presentazione, e una settimana di test a seguito del lancio avvenuto lo scorso venerdì, abbiamo la possibilità di tirare le somme sul tanto atteso e tanto discusso iPad Mini, nonché di fare qualche osservazione sull'aggiornamento dell'iPad Retina Display con processore Apple A6X.
Cominciamo dal Mini, vera novità, al quale è riservata la maggior parte di questa prova. La confezione, raffrontata con quella dell'iPad tradizionale, offre da subito l'idea di quanto il Mini sia effettivamente un dispositivo dalle dimensioni contenute, ma la prima cosa che colpisce davvero quando lo si prende in mano è il peso: 308 grammi (il modello in prova è quello WiFi, ma il modello "Cellular" pesa solo 4 grammi in più) sono meno della metà rispetto ai 652 grammi (o 662 per la versione "Cellular") della versione tradizionale da 9,7 pollici.
Continuando a parlare dell'aspetto fisico, iPad Mini si tiene molto bene anche in mano: nonostante il suo schermo sia da 7,9 pollici (e quindi più vicino agli 8 che non ai 7 pollici più canonici dei prodotti concorrenti), il fattore di forma in 4:3 (anziché il più diffuso 16:9) e l'eliminazione quasi totale della cornice sul lato lungo fanno in modo che l'ingombro sia grossomodo lo stesso di un Nexus 7, di un Galaxy Tab 7 o di un Kindle Fire HD (i tablet Android più discussi del momento): 200x134,7 milimetri per iPad Mini, 193,7x122,4 millimetri per il Galaxy Tab, 198,5x120 millimetri per il Nexus, e 193x137 per il Kindle Fire HD. A fronte dei 12-15 millimetri in più di larghezza, oltre ad avere un display più grande di quasi un pollice iPad Mini guadagna sullo spessore: solo 7,2 millimetri per il tablet della Mela (qualcosina meno rispetto ai 7,6 millimetri di iPhone 5), contro i 10,45 del Nexus, i 10,5 millimetri del Galaxy e 10,3 millimetri del Kindle Fire HD (15,5 millimetri per il Kindle Fire non-HD); anche il peso ne guadagna, perché il Samsung pesa circa 40 grammi in più e anche il Nexus, con i suoi 340 grammi, fa segnare 30 grammi in più rispetto ad iPad Mini (il Kindle arriva invece a sfiorare i 400 grammi).
A livello estetico iPad Mini adotta le stesse finiture di iPhone 5, in particolare la colorazione nero-ardesia o bianco-argento, ed ha un profilo meno affusolato rispetto al fratello maggiore, dettaglio che, oltre a renderlo più piacevole (ma qui può essere una questione di gusti), lo rende più facilmente impugnabile con una sola mano.
Passando all'utilizzo pratico, all'accensione iPad Mini si può configurare in pochi passi, ma basta collegarlo ad iTunes per poter ripristinare il backup di un precedente iPad, segno ulteriore del fatto che anche il piccolo tablet può essere usato senza grossi compromessi. Per completezza d'informazione, il restore del backup si può eseguire anche attraverso iCloud ma, a parte l'onere di dover scaricare 60GB attraverso la rete WiFi, se la vostra musica non è in iTunes Match dovrete comunque passare prima o poi dal computer.
-Il display-
Con iPad pronto all'uso si torna inevitabilmente a parlare del display. iPad Mini ha una risoluzione di 1024x768 (163ppi), contro i 1280x800 del Nexus e del Kindle Fire HD (216ppi), e i 1024x600 del Galaxy Tab o del Kindle Fire non-HD (169ppi). Non si tratta di grosse differenze ma iPad Mini, tra tutti i modelli da 7 pollici che abbiamo considerato, è comunque quello che si ritrova con la definizione peggiore, anche per via dello schermo più grande: se fosse stato un 7 pollici, la definizione dell'iPad Mini sarebbe arrivata a 183ppi. In ogni caso i 163dpi della definizione attuale si posizionano ad un livello intermedio tra i 132ppi di iPad 2 (che spalma gli stessi pixel su 9,7 pollici) e i 264ppi dell'iPad con Retina Display.
Come abbiamo già avuto modo di osservare, iPad Mini ha la stessa identica definizione dei primi modelli di iPhone quindi non risente di alcun compromesso di usabilità, ma soprattutto è dotato della stessa risoluzione di iPad 2, e questo gli consente di sfruttare nel migliore dei modi, e senza alcuna scalatura, le oltre 275mila applicazioni già scritte per iPad e disponibili sull'App Store.
Tutto bene quindi? Non proprio. A parte la consueta analisi di Display Mate che evidenzia come iPad Mini abbia uno schermo buono ma mediamente inferiore rispetto al Kindle Fire HD e al Nexus 7 (anche se si comporta molto bene a livello di intensità dei colori e contrasto delle immagini), il confronto con i display Retina ai quali Apple ci ha abituato negli due ultimi anni lascia un po' di amaro in bocca. Se non siete abituati a lavorare su uno schermo Retina, probabilmente lo schermo dell'iPad Mini vi sembrerà assolutamente normale (verificato di persona facendo provare iPad Mini a più persone); ma se passate lo sguardo dal nuovo iPad al piccolo tablet della mela, la differenza è evidente (soprattutto quando si ha a che fare col testo) anche perché, parlando di un dispositivo touchscreen, il ruolo dello schermo è di primaria importanza.
C'è da dire che, su questi formati, anche la concorrenza non riesce a spingersi a definizioni molto più elevate, ed Apple ha preferito privilegiare la compatibilità fornendo uno schermo con una risoluzione standard per le App già disponibili. È lecito immaginare che per la prossima generazione di iPad Mini, quando i produttori di display renderanno disponibili schermi da 7 pollici ad altissima definizione, Apple adotterà uno schermo Retina anche su questo tablet.
Come ultima osservazione sul display, va osservato che l'eliminazione della cornice sul lato lungo non causa problemi nell'interazione multitouch: Apple ha fatto modo che gli eventuali contatti accidentali dovuti all'impugnatura non venissero presi in considerazione per il riconoscimento delle gestures più comuni, e in iBooks ha introdotto una modalità di lettura a scorrimento continuo, in modo tale da evitare cambi pagina indesiderati. Al momento però non tutte le App di terze parti utilizzano gli stessi accorgimenti.
-Processori a confronto-
La scelta del processore Apple A5 ha fatto storcere il naso a qualcuno, ma di fatto le versioni "X" dei SoC Apple sono riservate ai casi in cui serve maggiore potenza al comparto grafico (cioè per i 2048x1536 pixel del Retina display del fratello maggiore) e il nuovo Apple A6, probabilmente, avrebbe fatto troppa concorrenza all'iPad tradizionale. L'Apple A5 è lo stesso processore montato anche sul nuovo iPod Touch (la cui risoluzione è dello stesso ordine di grandezza dell'iPad Mini) e alla prova dei fatti si comporta più che bene in tutti i compiti normalmente delegati al tablet: non dimentichiamo che anche l'iPad da 9,7 pollici in vendita da marzo fino a qualche settimana fa montava comunque un A5X, cioè un A5 con doppia GPU dual core, ma pur sempre un A5.
Ovviamente l'Apple A6 di iPhone 5 e l'Apple A6X del nuovo iPad Retina hanno una marcia in più, che verrà sfruttata in futuro da applicazioni sempre più avide di potenza di calcolo (si parla di prestazioni più che raddoppiate), ma questo non toglie nulla al valore della precedente generazione di processori che equipaggiava (e ancora equipaggia) alcuni dispositivi Apple. Programmi di grafica (come Adobe Photoshop Touch) o giochi "impegnativi" a livello computazionale (come N.O.V.A. 3 o Real Racing 2 HD) girano senza batter ciglio, e anche la lettura di grossi PDF o la riformattazione di eBooks voluminosi avviene senza problemi. Apple non rinuncia a sottolineare come l'esperienza d'uso sia in tutto e per tutto simile a quella dell'iPad da 9,7 pollici e lo fa mostrando i due modelli affiancati nell'utilizzo di GarageBand, altra applicazione non proprio parsimoniosa nelle richieste di prestazioni.
Proprio GarageBand, introducendo l'argomento musicale, ci offre lo spunto per citare una piccola ma gradita novità: iPad Mini è il primo dispositivo iOS di Apple ad integrare degli altoparlanti stereofonici. Tutti gli altri dispositivi iOS hanno invece un unico altoparlante, riservando l'audio stereofonico al jack delle cuffie (cuffie che sono assenti dalla confezione, così come in tutti i precedenti modelli di iPad). La resa è effettivamente diversa, ma le dimensioni minori delle casse e del dispositivo stesso non aiutano a migliorare più di tanto l'effetto finale.
-Fotocamera, autonomia e accessori-
Passando al comparto fotografico, iPad Mini monta le stesse identiche camere del modello da 9,7 pollici: quella sul retro è da 5 megapixel con obiettivo a 5 elementi, apertura F2.4, autofocus, riconoscimento automatico dei volti, filtro ad infrarossi e sensore retroilluminato che aiuta ad ottenere foto migliori in condizioni di scarsa luminosità (nella gallery potete osservare un paio di esempi di foto scattate al chiuso, di sera). Anche le mancanze sono comuni al fratello maggiore visto che, a differenza di iPhone e iPod Touch, tutta la famiglia iPad (Mini compreso) non è dotata di flash. La camera frontale, utilizzata principalmente per Facetime, è invece da 1,2 megapixel, ma è anch'essa dotata di sensore retroilluminato e del sistema di rilevamento automatico dei volti. A livello di video, la camera posteriore permette di registrare filmati in full-HD a 1080p (con funzione di stabilizzazione e messa a fuoco tramite tocco) mentre quella frontale registra video a 720p. La qualità dei filmati è buona, anche migliore rispetto a quella delle foto, ma manca la possibilità di zoomare durante le riprese (funzione che si può ottenere utilizzando App diverse da quella fornita di sistema). Infine, a differenza di iPhone, su iPad manca anche la possibilità di scattare foto panoramiche o in modalità HDR: anche in questo caso si tratta di funzionalità che possono essere aggiunte utilizzando altre App ma, visto che Apple ha già sviluppato queste funzioni per iPhone, potrebbe inserirle anche nella versione iOS per iPad.
Con l'utilizzo continuativo di iPad Mini arriviamo inevitabilmente a parlare della durata della batteria, che è uno dei punti a favore del Mini. Apple dichiara 10 ore di autonomia in navigazione WiFi o riproduzione audio/video, e non ci sono sorprese in tal senso: l'autonomia è davvero buona, complice anche il fatto che il modello in prova è WiFi (l'utilizzo della rete dati cellulare è tipicamente più dispendioso, soprattutto se si fa ricorso a numerose notifiche push). Premesso che l'autonomia dipende in gran parte anche dal tipo di utilizzo che viene fatto del dispositivo, in questa settimana di prova ho dovuto ricaricare iPad Mini solo un paio di volte: la carica iniziale (effettuata durante la prima sincronizzazione con iTunes) e una seconda carica tre giorni dopo.
Parlando di accessori, Apple ha realizzato una smartcover leggermente diversa rispetto a quella dell'iPad "maggiore": al di là della divisione in tre parti anziché quattro (inevitabile per via delle minori dimensioni) la parte magnetica che si aggancia al dispositivo è ricoperta di tessuto, così da evitare possibili graffi sulla colorazione ardesia. Nonostante questo l'aggancio è molto saldo, anzi, l'impressione è che sia più saldo rispetto a quello dell'iPad Retina, anche per via del minor peso da sostenere.
Ovviamente iPad Mini nasce con il nuovo connettore Lightning, per il quale sono già disponibili diversi accessori, in particolare gli adattatori per l'importazione delle foto da scheda SD (testato proprio in occasione di questa prova) e tramite porta USB. A tal proposito ricordiamo che il connettore con porta USB consente anche di importare le foto tra vari dispositivi iOS (cosa che a mio avviso è comunque più comoda da fare condividendo le foto stesse su rete WiFi, ammesso che ci sia una rete disponibile) e supporta anche i dispositivi audio MIDI. Un altro accessorio che sarà molto gettonato per qualche tempo è l'adattatore per il connettore dock, disponibile sia in versione compatta che con un cavo di 20 centimetri.
Probabilmente la volontà di spingere all'adozione del nuovo connettore (anche e soprattutto tra i produttori di accessori) è tra i motivi che hanno spinto Apple ad aggiornare prematuramente iPad Retina; da notare che il nuovo modello non ha spinto iPad 2 fuori dal listino, ma è andato a prendere il posto della terza generazione di tablet Apple, quello che era stato introdotto a marzo come "il nuovo iPad". Le motivazioni di un aggiornamento così precoce non possono però limitarsi solo a questo aspetto: Apple sta giocando il tutto e per tutto su questa tipologia di dispositivi, e non vuole correre il rischio di farsi raggiungere dalla concorrenza.
-Conclusioni-
Con il SoC A6X Apple segna un nuovo punto di riferimento a livello di prestazioni, e anche se al momento non ci sono ancora applicativi in grado di sfruttare tutta questa potenza Apple mostra i denti con un tablet che, oltre al nuovo processore, aggiunge la compatibilità alle reti LTE europee, migliora la connettività WiFi 802.11n con il supporto dual band (2.4GHz e 5GHz) e migliora anche le due fotocamere (miglioria che, come abbiamo visto, è stata adottata anche sul Mini).
Un'altra ragione che può aver spinto Apple all'aggiornamento di iPad Retina può essere legata al riposizionamento temporale degli aggiornamenti dei dispositivi iOS: se così fosse il nuovo iPhone potrebbe arrivare prima del previsto, così da riservare ad iPad il consueto spazio autunnale. In ogni caso, il confronto con il modello precedente di iPad Retina perde di significato nel momento stesso in cui Apple ha deciso di eliminarlo dal listino, ma se trovate una buona occasione d'acquisto (e non pensate di comprare troppi accessori) l'iPad di terza generazione rimane un prodotto più che valido da prendere in considerazione per l'acquisto di un tablet di grosse dimensioni.
In conclusione, iPad Mini e iPad Retina sono due prodotti tanto simili quanto diversi: simili perché consentono di fare esattamente le stesse cose senza troppe differenze nell'esperienza di utilizzo; diversi perché ognuno dei due ha i propri pro e contro.
Dopo aver passato un po' di tempo con iPad Mini, il peso del modello Retina sembra davvero eccessivo. Ma bastano pochi istanti sul display ad alta risoluzione per dimenticarsi del peso e apprezzare la maggiore nitidezza delle immagini e, soprattutto, del testo. La scelta tra i due modelli (che complessivamente hanno venduto 3 milioni di esemplari nei primi 3 giorni di vendita) diventa una questione molto personale e legata (oltre che al fattore economico) al tipo di utilizzo che se ne vuole fare: un iPad in casa riesce a sostituire nel 90 percento dei casi il personal computer, ma il Mini è sicuramente molto più comodo da portare in giro.
Resta da chiedersi cosa succederà quando Apple deciderà di introdurre il display Retina anche sul tablet da 7,9 pollici, perché in quel caso le differenze tra i due modelli si assottiglieranno, e il fattore prezzo giocherà sicuramente a favore del Mini. Ma di questo ne riparleremo, probabilmente, tra un anno.
-Le dimensioni contano-
Dopo le prime impressioni alla presentazione, e una settimana di test a seguito del lancio avvenuto lo scorso venerdì, abbiamo la possibilità di tirare le somme sul tanto atteso e tanto discusso iPad Mini, nonché di fare qualche osservazione sull'aggiornamento dell'iPad Retina Display con processore Apple A6X.
Cominciamo dal Mini, vera novità, al quale è riservata la maggior parte di questa prova. La confezione, raffrontata con quella dell'iPad tradizionale, offre da subito l'idea di quanto il Mini sia effettivamente un dispositivo dalle dimensioni contenute, ma la prima cosa che colpisce davvero quando lo si prende in mano è il peso: 308 grammi (il modello in prova è quello WiFi, ma il modello "Cellular" pesa solo 4 grammi in più) sono meno della metà rispetto ai 652 grammi (o 662 per la versione "Cellular") della versione tradizionale da 9,7 pollici.
Continuando a parlare dell'aspetto fisico, iPad Mini si tiene molto bene anche in mano: nonostante il suo schermo sia da 7,9 pollici (e quindi più vicino agli 8 che non ai 7 pollici più canonici dei prodotti concorrenti), il fattore di forma in 4:3 (anziché il più diffuso 16:9) e l'eliminazione quasi totale della cornice sul lato lungo fanno in modo che l'ingombro sia grossomodo lo stesso di un Nexus 7, di un Galaxy Tab 7 o di un Kindle Fire HD (i tablet Android più discussi del momento): 200x134,7 milimetri per iPad Mini, 193,7x122,4 millimetri per il Galaxy Tab, 198,5x120 millimetri per il Nexus, e 193x137 per il Kindle Fire HD. A fronte dei 12-15 millimetri in più di larghezza, oltre ad avere un display più grande di quasi un pollice iPad Mini guadagna sullo spessore: solo 7,2 millimetri per il tablet della Mela (qualcosina meno rispetto ai 7,6 millimetri di iPhone 5), contro i 10,45 del Nexus, i 10,5 millimetri del Galaxy e 10,3 millimetri del Kindle Fire HD (15,5 millimetri per il Kindle Fire non-HD); anche il peso ne guadagna, perché il Samsung pesa circa 40 grammi in più e anche il Nexus, con i suoi 340 grammi, fa segnare 30 grammi in più rispetto ad iPad Mini (il Kindle arriva invece a sfiorare i 400 grammi).
A livello estetico iPad Mini adotta le stesse finiture di iPhone 5, in particolare la colorazione nero-ardesia o bianco-argento, ed ha un profilo meno affusolato rispetto al fratello maggiore, dettaglio che, oltre a renderlo più piacevole (ma qui può essere una questione di gusti), lo rende più facilmente impugnabile con una sola mano.
Passando all'utilizzo pratico, all'accensione iPad Mini si può configurare in pochi passi, ma basta collegarlo ad iTunes per poter ripristinare il backup di un precedente iPad, segno ulteriore del fatto che anche il piccolo tablet può essere usato senza grossi compromessi. Per completezza d'informazione, il restore del backup si può eseguire anche attraverso iCloud ma, a parte l'onere di dover scaricare 60GB attraverso la rete WiFi, se la vostra musica non è in iTunes Match dovrete comunque passare prima o poi dal computer.
-Il display-
Con iPad pronto all'uso si torna inevitabilmente a parlare del display. iPad Mini ha una risoluzione di 1024x768 (163ppi), contro i 1280x800 del Nexus e del Kindle Fire HD (216ppi), e i 1024x600 del Galaxy Tab o del Kindle Fire non-HD (169ppi). Non si tratta di grosse differenze ma iPad Mini, tra tutti i modelli da 7 pollici che abbiamo considerato, è comunque quello che si ritrova con la definizione peggiore, anche per via dello schermo più grande: se fosse stato un 7 pollici, la definizione dell'iPad Mini sarebbe arrivata a 183ppi. In ogni caso i 163dpi della definizione attuale si posizionano ad un livello intermedio tra i 132ppi di iPad 2 (che spalma gli stessi pixel su 9,7 pollici) e i 264ppi dell'iPad con Retina Display.
Come abbiamo già avuto modo di osservare, iPad Mini ha la stessa identica definizione dei primi modelli di iPhone quindi non risente di alcun compromesso di usabilità, ma soprattutto è dotato della stessa risoluzione di iPad 2, e questo gli consente di sfruttare nel migliore dei modi, e senza alcuna scalatura, le oltre 275mila applicazioni già scritte per iPad e disponibili sull'App Store.
Tutto bene quindi? Non proprio. A parte la consueta analisi di Display Mate che evidenzia come iPad Mini abbia uno schermo buono ma mediamente inferiore rispetto al Kindle Fire HD e al Nexus 7 (anche se si comporta molto bene a livello di intensità dei colori e contrasto delle immagini), il confronto con i display Retina ai quali Apple ci ha abituato negli due ultimi anni lascia un po' di amaro in bocca. Se non siete abituati a lavorare su uno schermo Retina, probabilmente lo schermo dell'iPad Mini vi sembrerà assolutamente normale (verificato di persona facendo provare iPad Mini a più persone); ma se passate lo sguardo dal nuovo iPad al piccolo tablet della mela, la differenza è evidente (soprattutto quando si ha a che fare col testo) anche perché, parlando di un dispositivo touchscreen, il ruolo dello schermo è di primaria importanza.
C'è da dire che, su questi formati, anche la concorrenza non riesce a spingersi a definizioni molto più elevate, ed Apple ha preferito privilegiare la compatibilità fornendo uno schermo con una risoluzione standard per le App già disponibili. È lecito immaginare che per la prossima generazione di iPad Mini, quando i produttori di display renderanno disponibili schermi da 7 pollici ad altissima definizione, Apple adotterà uno schermo Retina anche su questo tablet.
Come ultima osservazione sul display, va osservato che l'eliminazione della cornice sul lato lungo non causa problemi nell'interazione multitouch: Apple ha fatto modo che gli eventuali contatti accidentali dovuti all'impugnatura non venissero presi in considerazione per il riconoscimento delle gestures più comuni, e in iBooks ha introdotto una modalità di lettura a scorrimento continuo, in modo tale da evitare cambi pagina indesiderati. Al momento però non tutte le App di terze parti utilizzano gli stessi accorgimenti.
-Processori a confronto-
La scelta del processore Apple A5 ha fatto storcere il naso a qualcuno, ma di fatto le versioni "X" dei SoC Apple sono riservate ai casi in cui serve maggiore potenza al comparto grafico (cioè per i 2048x1536 pixel del Retina display del fratello maggiore) e il nuovo Apple A6, probabilmente, avrebbe fatto troppa concorrenza all'iPad tradizionale. L'Apple A5 è lo stesso processore montato anche sul nuovo iPod Touch (la cui risoluzione è dello stesso ordine di grandezza dell'iPad Mini) e alla prova dei fatti si comporta più che bene in tutti i compiti normalmente delegati al tablet: non dimentichiamo che anche l'iPad da 9,7 pollici in vendita da marzo fino a qualche settimana fa montava comunque un A5X, cioè un A5 con doppia GPU dual core, ma pur sempre un A5.
Ovviamente l'Apple A6 di iPhone 5 e l'Apple A6X del nuovo iPad Retina hanno una marcia in più, che verrà sfruttata in futuro da applicazioni sempre più avide di potenza di calcolo (si parla di prestazioni più che raddoppiate), ma questo non toglie nulla al valore della precedente generazione di processori che equipaggiava (e ancora equipaggia) alcuni dispositivi Apple. Programmi di grafica (come Adobe Photoshop Touch) o giochi "impegnativi" a livello computazionale (come N.O.V.A. 3 o Real Racing 2 HD) girano senza batter ciglio, e anche la lettura di grossi PDF o la riformattazione di eBooks voluminosi avviene senza problemi. Apple non rinuncia a sottolineare come l'esperienza d'uso sia in tutto e per tutto simile a quella dell'iPad da 9,7 pollici e lo fa mostrando i due modelli affiancati nell'utilizzo di GarageBand, altra applicazione non proprio parsimoniosa nelle richieste di prestazioni.
Proprio GarageBand, introducendo l'argomento musicale, ci offre lo spunto per citare una piccola ma gradita novità: iPad Mini è il primo dispositivo iOS di Apple ad integrare degli altoparlanti stereofonici. Tutti gli altri dispositivi iOS hanno invece un unico altoparlante, riservando l'audio stereofonico al jack delle cuffie (cuffie che sono assenti dalla confezione, così come in tutti i precedenti modelli di iPad). La resa è effettivamente diversa, ma le dimensioni minori delle casse e del dispositivo stesso non aiutano a migliorare più di tanto l'effetto finale.
-Fotocamera, autonomia e accessori-
Passando al comparto fotografico, iPad Mini monta le stesse identiche camere del modello da 9,7 pollici: quella sul retro è da 5 megapixel con obiettivo a 5 elementi, apertura F2.4, autofocus, riconoscimento automatico dei volti, filtro ad infrarossi e sensore retroilluminato che aiuta ad ottenere foto migliori in condizioni di scarsa luminosità (nella gallery potete osservare un paio di esempi di foto scattate al chiuso, di sera). Anche le mancanze sono comuni al fratello maggiore visto che, a differenza di iPhone e iPod Touch, tutta la famiglia iPad (Mini compreso) non è dotata di flash. La camera frontale, utilizzata principalmente per Facetime, è invece da 1,2 megapixel, ma è anch'essa dotata di sensore retroilluminato e del sistema di rilevamento automatico dei volti. A livello di video, la camera posteriore permette di registrare filmati in full-HD a 1080p (con funzione di stabilizzazione e messa a fuoco tramite tocco) mentre quella frontale registra video a 720p. La qualità dei filmati è buona, anche migliore rispetto a quella delle foto, ma manca la possibilità di zoomare durante le riprese (funzione che si può ottenere utilizzando App diverse da quella fornita di sistema). Infine, a differenza di iPhone, su iPad manca anche la possibilità di scattare foto panoramiche o in modalità HDR: anche in questo caso si tratta di funzionalità che possono essere aggiunte utilizzando altre App ma, visto che Apple ha già sviluppato queste funzioni per iPhone, potrebbe inserirle anche nella versione iOS per iPad.
Con l'utilizzo continuativo di iPad Mini arriviamo inevitabilmente a parlare della durata della batteria, che è uno dei punti a favore del Mini. Apple dichiara 10 ore di autonomia in navigazione WiFi o riproduzione audio/video, e non ci sono sorprese in tal senso: l'autonomia è davvero buona, complice anche il fatto che il modello in prova è WiFi (l'utilizzo della rete dati cellulare è tipicamente più dispendioso, soprattutto se si fa ricorso a numerose notifiche push). Premesso che l'autonomia dipende in gran parte anche dal tipo di utilizzo che viene fatto del dispositivo, in questa settimana di prova ho dovuto ricaricare iPad Mini solo un paio di volte: la carica iniziale (effettuata durante la prima sincronizzazione con iTunes) e una seconda carica tre giorni dopo.
Parlando di accessori, Apple ha realizzato una smartcover leggermente diversa rispetto a quella dell'iPad "maggiore": al di là della divisione in tre parti anziché quattro (inevitabile per via delle minori dimensioni) la parte magnetica che si aggancia al dispositivo è ricoperta di tessuto, così da evitare possibili graffi sulla colorazione ardesia. Nonostante questo l'aggancio è molto saldo, anzi, l'impressione è che sia più saldo rispetto a quello dell'iPad Retina, anche per via del minor peso da sostenere.
Ovviamente iPad Mini nasce con il nuovo connettore Lightning, per il quale sono già disponibili diversi accessori, in particolare gli adattatori per l'importazione delle foto da scheda SD (testato proprio in occasione di questa prova) e tramite porta USB. A tal proposito ricordiamo che il connettore con porta USB consente anche di importare le foto tra vari dispositivi iOS (cosa che a mio avviso è comunque più comoda da fare condividendo le foto stesse su rete WiFi, ammesso che ci sia una rete disponibile) e supporta anche i dispositivi audio MIDI. Un altro accessorio che sarà molto gettonato per qualche tempo è l'adattatore per il connettore dock, disponibile sia in versione compatta che con un cavo di 20 centimetri.
Probabilmente la volontà di spingere all'adozione del nuovo connettore (anche e soprattutto tra i produttori di accessori) è tra i motivi che hanno spinto Apple ad aggiornare prematuramente iPad Retina; da notare che il nuovo modello non ha spinto iPad 2 fuori dal listino, ma è andato a prendere il posto della terza generazione di tablet Apple, quello che era stato introdotto a marzo come "il nuovo iPad". Le motivazioni di un aggiornamento così precoce non possono però limitarsi solo a questo aspetto: Apple sta giocando il tutto e per tutto su questa tipologia di dispositivi, e non vuole correre il rischio di farsi raggiungere dalla concorrenza.
-Conclusioni-
Con il SoC A6X Apple segna un nuovo punto di riferimento a livello di prestazioni, e anche se al momento non ci sono ancora applicativi in grado di sfruttare tutta questa potenza Apple mostra i denti con un tablet che, oltre al nuovo processore, aggiunge la compatibilità alle reti LTE europee, migliora la connettività WiFi 802.11n con il supporto dual band (2.4GHz e 5GHz) e migliora anche le due fotocamere (miglioria che, come abbiamo visto, è stata adottata anche sul Mini).
Un'altra ragione che può aver spinto Apple all'aggiornamento di iPad Retina può essere legata al riposizionamento temporale degli aggiornamenti dei dispositivi iOS: se così fosse il nuovo iPhone potrebbe arrivare prima del previsto, così da riservare ad iPad il consueto spazio autunnale. In ogni caso, il confronto con il modello precedente di iPad Retina perde di significato nel momento stesso in cui Apple ha deciso di eliminarlo dal listino, ma se trovate una buona occasione d'acquisto (e non pensate di comprare troppi accessori) l'iPad di terza generazione rimane un prodotto più che valido da prendere in considerazione per l'acquisto di un tablet di grosse dimensioni.
In conclusione, iPad Mini e iPad Retina sono due prodotti tanto simili quanto diversi: simili perché consentono di fare esattamente le stesse cose senza troppe differenze nell'esperienza di utilizzo; diversi perché ognuno dei due ha i propri pro e contro.
Dopo aver passato un po' di tempo con iPad Mini, il peso del modello Retina sembra davvero eccessivo. Ma bastano pochi istanti sul display ad alta risoluzione per dimenticarsi del peso e apprezzare la maggiore nitidezza delle immagini e, soprattutto, del testo. La scelta tra i due modelli (che complessivamente hanno venduto 3 milioni di esemplari nei primi 3 giorni di vendita) diventa una questione molto personale e legata (oltre che al fattore economico) al tipo di utilizzo che se ne vuole fare: un iPad in casa riesce a sostituire nel 90 percento dei casi il personal computer, ma il Mini è sicuramente molto più comodo da portare in giro.
Resta da chiedersi cosa succederà quando Apple deciderà di introdurre il display Retina anche sul tablet da 7,9 pollici, perché in quel caso le differenze tra i due modelli si assottiglieranno, e il fattore prezzo giocherà sicuramente a favore del Mini. Ma di questo ne riparleremo, probabilmente, tra un anno.
giovedì 4 ottobre 2012
iPhone 5, la prova italiana
Di seguito la recensione sull'iPhone 5 pubblicata nei giorni scorsi da Punto-Informatico:
Dopo mesi di attesa caratterizzati da indiscrezioni che hanno svelato di tutto e di più, causando un inevitabile calo di vendite del modello precedente, iPhone 5 è arrivato sugli scaffali segnando un nuovo record di vendite, seppur con cifre al disotto delle aspettative degli analisti
5 milioni di unità vendute nei primi tre giorni del lancio, il 25 per cento in più rispetto a quanto ottenuto lo scorso anno da iPhone 4S ma meno dei 6-8 milioni previsti (anche se non è ben chiaro quanto le scorte abbiano influenzato questi numeri, e se nei 5 milioni sono compresi tutti i 2 milioni dei preordini, e le unità vendute nei negozi degli operatori telefonici). Probabilmente in questi giorni avremo dei dati più precisi anche in relazione ai dati dei 22 paesi coinvolti nel lancio di venerdì scorso: in ogni caso, grazie alla disponibilità nel Belpaese, siamo finalmente pronti anche noi a prendere contatto con il nuovo iPhone.
Con iPhone 5 la consueta attenzione ai dettagli di Apple raggiunge livelli quasi maniacali, e i risultati si vedono: a tal proposito vi consiglio di dare un'occhiata al video introduttivo per meglio comprendere come viene realizzata una tale precisione nell'assemblaggio. La prima cosa che si nota prendendo in mano iPhone 5 è il suo peso, sensibilmente inferiore rispetto ad iPhone 4 o 4S (sostanzialmente identici) nonostante lo schermo di maggiori dimensioni: il merito è sicuramente del nuovo corpo in alluminio, un cambiamento che va al di là dell'effetto finale sull'estetica (estetica che resta quasi invariata alla vista frontale). Il corpo realizzato con un unico pezzo conferisce al nuovo modello una struttura completamente differente, nonché più semplice da smontare in caso di inconvenienti.
Purtroppo, nonostante i sofisticati dettagli del processo di assemblaggio, pare che alcuni esemplari siano stati consegnati agli acquirenti con alcune ammaccature, esemplari che probabilmente saranno prontamente sostituiti ma che mettono in evidenza una "caratteristica" dell'iPhone 5: se il vetro era più duro e meno suscettibile ai graffi, ma più fragile in caso di caduta, il nuovo iPhone è più resistente agli urti (a meno che non cada "di faccia" proprio sul display) ma più suscettibile ai graffi.
L'alluminio nero ardesia rende inoltre più uniforme il colore dell'intero dispositivo nella variante scura (anche se rimane ancora più sensibile ai graffi, a differenza del modello bianco/argento), e per aumentare ulteriormente questa sensazione di uniformità anche il consueto quadrato bianco del pulsante Home è diventato grigio. Parlando sempre del pulsante Home, al di là della dimensione leggermente ridotta per lasciare spazio allo schermo più lungo, il meccanismo di pressione sembra diverso e più resistente rispetto ai modelli precedenti.
Ma torniamo alla prova vera e propria: come al solito, il ripristino del backup ripropone un telefono configurato al 100 per cento come il precedente, e gli aggiornamenti delle App eseguiti nella scorsa settimana hanno preparato la strada al nuovo display maggiorato. Nonostante fossi inizialmente scettico sul nuovo formato, le scelte operate da Apple per aumentare la taglia del display di iPhone sono in realtà molto conservative: la larghezza é rimasta identica, sia a livello fisico (così da assicurare la stessa maneggevolezza dei modelli precedenti) che come pixel (per limitare gli adattamenti necessari agli sviluppatori). Anche l'ingombro in altezza non varia più di tanto, solo 8 mm in più di iPhone 4s, mentre la rimozione del fondo in vetro ha permesso di guadagnare quasi 2 mm di spessore, che in mano si sentono: lo spessore e il peso ridotti danno la sensazione di possdere un oggetto completamente differente, esattamente il contrario di chi pensa che iPhone 5 sia identico al 4s.
Alcune applicazioni (per esempio quella del meteo fornita con iOS6) mettono in mostra già da subito le diverse possibilità per sfruttare i pixel in più presenti sul nuovo schermo. Per concludere la parentesi del display (una delle novità più "visibili" di iPhone 5,) non si può non accennare all'approfondita analisi tecnica di DisplayMate, che mette in evidenza tutte le caratteristiche del nuovo schermo, in particolare la luminosità, la gamma cromatica, e il minor numero di riflessi rispetto al passato.
La scelta di Apple va un po' controcorrente sia rispetto alla concorrenza (che propone dispositivi di dimensione ancora maggiore, forse più comodi per certi compiti ma per altri versi meno maneggevoli) sia rispetto gli utenti Apple più tradizionali, che consideravano i 3,5 pollici come il formato ottimale per lo smartphone. Complessivamente la scelta di aumentare la dimensione del display modificando il formato ma mantenendo la stessa larghezza è un buon compromesso sotto molti punti di vista. Resta da chiedersi se il nuovo corso dei dispositivi mobile di Apple si orienterà in tutto e per tutto su questo formato: se l'uscita di un iPad nano da 7.85" (ancora ipotetica, nonostante le numerose indiscrezioni) si rivelasse in formato 16:9 con uno schermo da 1366x768, si potrebbe aprire la strada ad un ampliamento nella stessa direzione anche del display dell'attuale modello da 9.7", così da differenziare ulteriormente le due versioni di iPad, e unificare gli schermi di tutti i dispositivi e computer Apple (compresa la Apple TV, la cui uscita video è quella di un pannello full HD).
Tornando ad iPhone 5, l'altra grande novità è il nuovo processore Apple A6, un SoC dual core a frequenza variabile con una GPU a tre core; l'architettura è proprietaria Apple ma utilizza il set standard di istruzioni ARMv7s, le stesse utilizzate dall'architettura standard ARM Cortex A15, e ciò assicura (a detta di Apple) prestazioni doppie rispetto al precedente Apple A5, un SoC dual core basato sulla precedente architettura ARM Cortex A9. Tecnicismi a parte, nell'utilizzo reale la sensazione di maggiore velocità è evidente, e la si può notare sia nei tempi di avviamento di applicazioni "pesanti" (come può essere Garageband) sia nell'utilizzo vero e proprio delle applicazioni, per esempio nei tempi di rendering dei filmati montati in iMovie, nell'elaborazione delle fotografie (compresi i tempo di salvataggio degli scatti in HDR) o nell'aggiornamento delle librerie (operazione che spesso viene eseguita al lancio di iPhoto).
La maggior reattività dl sistema è comunque evidente anche nelle operazioni più semplici, come lo scorrimento degli album nella classica visuale Cover Flow, il semplice rendering delle pagine durante la navigazione, o lo scorrimento delle pagine degli eBook e dei documenti PDF (a volte molto "pesanti" da digerire in fase di visualizzazione).
Rimanendo sulle novità hardware, sicuramente non si può dimenticare il nuovo connettore Lightning che ha sostituito il connettore 30 pin (comunque sempre presente sui modelli 4 e 4s, ancora in vendita, nonché sull'iPad e l'iPod Touch di quarta generazione). Le foto non rendono l'idea di quanto sia piccolo e compatto il nuovo connettore riuscendo però, nello stesso tempo, a risultare robusto. Le dimensioni ridotte e sottili, e la flessibilità offerta dalle connessioni tutte digitali dei pin (ricordiamo, per esempio, che il connettore può essere inserito in entrambi i sensi), consentiranno al nuovo "standard" di accompagnare i futuri dispositivi iOS per molti anni, anche nell'eventualità che vengano raggiunti spessori veramente estremi.
Una delle cose che a livello hardware pare cambiata solo marginalmente è la fotocamera. In realtà, sebbene il sensore sia il sempre da 8Mpixel, l'ottica ha subito qualche cambiamento: la lente si è leggermente rimpicciolita, ma lo scatto è diventato del 40 per cento più veloce e sono stati inclusi nuovi sistemi di stabilizzazione. Inoltre, grazie alla retroilluminazione del sensore, al filtro IR ibrido, e a nuovi algoritmi di elaborazione dell'immagine, la nuova fotocamera riesce a garantire risultati molto buoni sia rispetto a iPhone 4S che rispetto ad altri telefoni in tutti quegli scatti caratterizzati da condizioni ambientali di scarsa luminosità. In condizioni di luce ottimale la differenza si riduce, ma le foto fatte con iPhone 5 sembrano meglio bilanciate a livello di tonalità, luminosità e contrasto.
Di contro pare che in particolari condizioni di luce (quando compaiono forti sorgenti luminose vicino all'inquadratura) iPhone 5 soffra di problemi di lens flare che lasciano aloni violacei sulle foto (non è ancora ben chiaro se il problema sia negli algoritmi di elaborazione oppure nella nuova superficie della fotocamera in cristallo di zaffiro). Miglioramenti più significativi si hanno invece nella stabilizzazione dei video (con tanto di possibilità di scattare foto mentre si effettuano riprese) e nella camera frontale utilizzata principalmente per FaceTime, che diventa HD a 720p (a 30 fps), con possibilità scattare foto a 1,2MPixel.
Infine, tra le novità non propriamente legate al melafonino, rientrano gli EarPods. Finalmente, dopo 11 anni di cuffie che ho sempre trovato inutilizzabili, ed ho sostituito con un modello in-ear della Sennheiser, i nuovi auricolari di Apple diventano convincenti: la nuova forma si adatta in modo naturale all'orecchio e la resa sonora ha poco da invidiare a quella di modelli più blasonati, e più costosi, sia sulle basse frequenze (cosa che si percepisce da subito, già al primo ascolto) che su quelle alte (a patto di non eccedere troppo con il volume). Se siete interessati a scoprire i dettagli dei vari componenti interni, potete consultare l'immancabile "disassemblaggio" di iFixit.
Come ultimo argomento parliamo della batteria: dare un giudizio basato su pochi giorni di utilizzo è un po' difficile, soprattutto se in questi giorni si è utilizzato il telefono in modo intenso per testarne tutte le nuove caratteristiche. L'impressione è che, nonostante questo utilizzo intenso, la batteria di iPhone 5 si comporti leggermente meglio rispetto a quella di iPhone 4S, anche se bisogna considerare che la batteria del modello precedente è in funzione ormai da un anno, mentre quella di iPhone 5 è nuova. Inoltre, nel caso specifico, i due telefoni in prova utilizzavano SIM di due operatori differenti, altro parametro che può modificare l'autonomia del telefono quando ci si trova fuori casa.
Arriviamo infine alle dolenti note dei prezzi italiani: al di là delle offerte più o meno vantaggiose dei vari operatori (che in questo caso, più che in passato, vanno prese seriamente in considerazione) non si può fare a meno di notare che sui prezzi dei modelli sbloccati, l'Italia è il paese più svantaggiato di tutta Europa, e forse anche del mondo intero: iPhone 5 da 16GB viene venduto nel nostro paese a 729 Euro, 50 Euro in più della maggior parte degli altri paesi (a parte la Svezia, dove costa solo 19 Euro in meno) e addirittura 125 Euro in più rispetto alla Svizzera. Le cose non cambiano se scegliamo un modello di capacità maggiore, anzi, sul modello da 64GB (che in Italia arriva a ben 949 Euro) ci sono quasi 150 Euro di differenza rispetto alla Svizzera, e 80 Euro con la Spagna, mentre resta quasi invariata la differenza con gli altri paesi e si pareggia il conto con la Svezia (in questo caso il prezzo differisce di un solo Euro). Stesso ordine di grandezza anche sul modello intermedio da 32GB (che in Italia costa 839 Euro) e sul vecchio iPhone 4S, che è rimasto in vendita a 629 Euro in un'unica variante da 16GB (anch'esso costa mediamente 50 Euro in meno negli altri paesi europei).
iPhone 5 è senz'altro il miglior iPhone prodotto finora (non potrebbe essere diversamente, cronologicamente parlando) ma il prezzo italiano ha toccato livelli davvero esorbitanti, soprattutto sul modello di punta. Chi dovesse già possedere un iPhone 4S può trovare ben pochi motivi per cambiare telefono (regola che vale in generale ogni anno, all'uscita di un nuovo modello, nei confronti della generazione precedente) e soprattutto diventa quasi d'obbligo valutare le offerte degli operatori: a fronte di quello che diventa a tutti gli effetti un pagamento rateale, è comunque inclusa una buona dose di traffico telefonico e di traffico dati, indispensabile per sfruttare al meglio tutte le caratteristiche di uno smartphone e, nello specifico, di iOS6.
Dopo mesi di attesa caratterizzati da indiscrezioni che hanno svelato di tutto e di più, causando un inevitabile calo di vendite del modello precedente, iPhone 5 è arrivato sugli scaffali segnando un nuovo record di vendite, seppur con cifre al disotto delle aspettative degli analisti
5 milioni di unità vendute nei primi tre giorni del lancio, il 25 per cento in più rispetto a quanto ottenuto lo scorso anno da iPhone 4S ma meno dei 6-8 milioni previsti (anche se non è ben chiaro quanto le scorte abbiano influenzato questi numeri, e se nei 5 milioni sono compresi tutti i 2 milioni dei preordini, e le unità vendute nei negozi degli operatori telefonici). Probabilmente in questi giorni avremo dei dati più precisi anche in relazione ai dati dei 22 paesi coinvolti nel lancio di venerdì scorso: in ogni caso, grazie alla disponibilità nel Belpaese, siamo finalmente pronti anche noi a prendere contatto con il nuovo iPhone.
Con iPhone 5 la consueta attenzione ai dettagli di Apple raggiunge livelli quasi maniacali, e i risultati si vedono: a tal proposito vi consiglio di dare un'occhiata al video introduttivo per meglio comprendere come viene realizzata una tale precisione nell'assemblaggio. La prima cosa che si nota prendendo in mano iPhone 5 è il suo peso, sensibilmente inferiore rispetto ad iPhone 4 o 4S (sostanzialmente identici) nonostante lo schermo di maggiori dimensioni: il merito è sicuramente del nuovo corpo in alluminio, un cambiamento che va al di là dell'effetto finale sull'estetica (estetica che resta quasi invariata alla vista frontale). Il corpo realizzato con un unico pezzo conferisce al nuovo modello una struttura completamente differente, nonché più semplice da smontare in caso di inconvenienti.
Purtroppo, nonostante i sofisticati dettagli del processo di assemblaggio, pare che alcuni esemplari siano stati consegnati agli acquirenti con alcune ammaccature, esemplari che probabilmente saranno prontamente sostituiti ma che mettono in evidenza una "caratteristica" dell'iPhone 5: se il vetro era più duro e meno suscettibile ai graffi, ma più fragile in caso di caduta, il nuovo iPhone è più resistente agli urti (a meno che non cada "di faccia" proprio sul display) ma più suscettibile ai graffi.
L'alluminio nero ardesia rende inoltre più uniforme il colore dell'intero dispositivo nella variante scura (anche se rimane ancora più sensibile ai graffi, a differenza del modello bianco/argento), e per aumentare ulteriormente questa sensazione di uniformità anche il consueto quadrato bianco del pulsante Home è diventato grigio. Parlando sempre del pulsante Home, al di là della dimensione leggermente ridotta per lasciare spazio allo schermo più lungo, il meccanismo di pressione sembra diverso e più resistente rispetto ai modelli precedenti.
Ma torniamo alla prova vera e propria: come al solito, il ripristino del backup ripropone un telefono configurato al 100 per cento come il precedente, e gli aggiornamenti delle App eseguiti nella scorsa settimana hanno preparato la strada al nuovo display maggiorato. Nonostante fossi inizialmente scettico sul nuovo formato, le scelte operate da Apple per aumentare la taglia del display di iPhone sono in realtà molto conservative: la larghezza é rimasta identica, sia a livello fisico (così da assicurare la stessa maneggevolezza dei modelli precedenti) che come pixel (per limitare gli adattamenti necessari agli sviluppatori). Anche l'ingombro in altezza non varia più di tanto, solo 8 mm in più di iPhone 4s, mentre la rimozione del fondo in vetro ha permesso di guadagnare quasi 2 mm di spessore, che in mano si sentono: lo spessore e il peso ridotti danno la sensazione di possdere un oggetto completamente differente, esattamente il contrario di chi pensa che iPhone 5 sia identico al 4s.
Alcune applicazioni (per esempio quella del meteo fornita con iOS6) mettono in mostra già da subito le diverse possibilità per sfruttare i pixel in più presenti sul nuovo schermo. Per concludere la parentesi del display (una delle novità più "visibili" di iPhone 5,) non si può non accennare all'approfondita analisi tecnica di DisplayMate, che mette in evidenza tutte le caratteristiche del nuovo schermo, in particolare la luminosità, la gamma cromatica, e il minor numero di riflessi rispetto al passato.
La scelta di Apple va un po' controcorrente sia rispetto alla concorrenza (che propone dispositivi di dimensione ancora maggiore, forse più comodi per certi compiti ma per altri versi meno maneggevoli) sia rispetto gli utenti Apple più tradizionali, che consideravano i 3,5 pollici come il formato ottimale per lo smartphone. Complessivamente la scelta di aumentare la dimensione del display modificando il formato ma mantenendo la stessa larghezza è un buon compromesso sotto molti punti di vista. Resta da chiedersi se il nuovo corso dei dispositivi mobile di Apple si orienterà in tutto e per tutto su questo formato: se l'uscita di un iPad nano da 7.85" (ancora ipotetica, nonostante le numerose indiscrezioni) si rivelasse in formato 16:9 con uno schermo da 1366x768, si potrebbe aprire la strada ad un ampliamento nella stessa direzione anche del display dell'attuale modello da 9.7", così da differenziare ulteriormente le due versioni di iPad, e unificare gli schermi di tutti i dispositivi e computer Apple (compresa la Apple TV, la cui uscita video è quella di un pannello full HD).
Tornando ad iPhone 5, l'altra grande novità è il nuovo processore Apple A6, un SoC dual core a frequenza variabile con una GPU a tre core; l'architettura è proprietaria Apple ma utilizza il set standard di istruzioni ARMv7s, le stesse utilizzate dall'architettura standard ARM Cortex A15, e ciò assicura (a detta di Apple) prestazioni doppie rispetto al precedente Apple A5, un SoC dual core basato sulla precedente architettura ARM Cortex A9. Tecnicismi a parte, nell'utilizzo reale la sensazione di maggiore velocità è evidente, e la si può notare sia nei tempi di avviamento di applicazioni "pesanti" (come può essere Garageband) sia nell'utilizzo vero e proprio delle applicazioni, per esempio nei tempi di rendering dei filmati montati in iMovie, nell'elaborazione delle fotografie (compresi i tempo di salvataggio degli scatti in HDR) o nell'aggiornamento delle librerie (operazione che spesso viene eseguita al lancio di iPhoto).
La maggior reattività dl sistema è comunque evidente anche nelle operazioni più semplici, come lo scorrimento degli album nella classica visuale Cover Flow, il semplice rendering delle pagine durante la navigazione, o lo scorrimento delle pagine degli eBook e dei documenti PDF (a volte molto "pesanti" da digerire in fase di visualizzazione).
Rimanendo sulle novità hardware, sicuramente non si può dimenticare il nuovo connettore Lightning che ha sostituito il connettore 30 pin (comunque sempre presente sui modelli 4 e 4s, ancora in vendita, nonché sull'iPad e l'iPod Touch di quarta generazione). Le foto non rendono l'idea di quanto sia piccolo e compatto il nuovo connettore riuscendo però, nello stesso tempo, a risultare robusto. Le dimensioni ridotte e sottili, e la flessibilità offerta dalle connessioni tutte digitali dei pin (ricordiamo, per esempio, che il connettore può essere inserito in entrambi i sensi), consentiranno al nuovo "standard" di accompagnare i futuri dispositivi iOS per molti anni, anche nell'eventualità che vengano raggiunti spessori veramente estremi.
Una delle cose che a livello hardware pare cambiata solo marginalmente è la fotocamera. In realtà, sebbene il sensore sia il sempre da 8Mpixel, l'ottica ha subito qualche cambiamento: la lente si è leggermente rimpicciolita, ma lo scatto è diventato del 40 per cento più veloce e sono stati inclusi nuovi sistemi di stabilizzazione. Inoltre, grazie alla retroilluminazione del sensore, al filtro IR ibrido, e a nuovi algoritmi di elaborazione dell'immagine, la nuova fotocamera riesce a garantire risultati molto buoni sia rispetto a iPhone 4S che rispetto ad altri telefoni in tutti quegli scatti caratterizzati da condizioni ambientali di scarsa luminosità. In condizioni di luce ottimale la differenza si riduce, ma le foto fatte con iPhone 5 sembrano meglio bilanciate a livello di tonalità, luminosità e contrasto.
Di contro pare che in particolari condizioni di luce (quando compaiono forti sorgenti luminose vicino all'inquadratura) iPhone 5 soffra di problemi di lens flare che lasciano aloni violacei sulle foto (non è ancora ben chiaro se il problema sia negli algoritmi di elaborazione oppure nella nuova superficie della fotocamera in cristallo di zaffiro). Miglioramenti più significativi si hanno invece nella stabilizzazione dei video (con tanto di possibilità di scattare foto mentre si effettuano riprese) e nella camera frontale utilizzata principalmente per FaceTime, che diventa HD a 720p (a 30 fps), con possibilità scattare foto a 1,2MPixel.
Infine, tra le novità non propriamente legate al melafonino, rientrano gli EarPods. Finalmente, dopo 11 anni di cuffie che ho sempre trovato inutilizzabili, ed ho sostituito con un modello in-ear della Sennheiser, i nuovi auricolari di Apple diventano convincenti: la nuova forma si adatta in modo naturale all'orecchio e la resa sonora ha poco da invidiare a quella di modelli più blasonati, e più costosi, sia sulle basse frequenze (cosa che si percepisce da subito, già al primo ascolto) che su quelle alte (a patto di non eccedere troppo con il volume). Se siete interessati a scoprire i dettagli dei vari componenti interni, potete consultare l'immancabile "disassemblaggio" di iFixit.
Come ultimo argomento parliamo della batteria: dare un giudizio basato su pochi giorni di utilizzo è un po' difficile, soprattutto se in questi giorni si è utilizzato il telefono in modo intenso per testarne tutte le nuove caratteristiche. L'impressione è che, nonostante questo utilizzo intenso, la batteria di iPhone 5 si comporti leggermente meglio rispetto a quella di iPhone 4S, anche se bisogna considerare che la batteria del modello precedente è in funzione ormai da un anno, mentre quella di iPhone 5 è nuova. Inoltre, nel caso specifico, i due telefoni in prova utilizzavano SIM di due operatori differenti, altro parametro che può modificare l'autonomia del telefono quando ci si trova fuori casa.
Arriviamo infine alle dolenti note dei prezzi italiani: al di là delle offerte più o meno vantaggiose dei vari operatori (che in questo caso, più che in passato, vanno prese seriamente in considerazione) non si può fare a meno di notare che sui prezzi dei modelli sbloccati, l'Italia è il paese più svantaggiato di tutta Europa, e forse anche del mondo intero: iPhone 5 da 16GB viene venduto nel nostro paese a 729 Euro, 50 Euro in più della maggior parte degli altri paesi (a parte la Svezia, dove costa solo 19 Euro in meno) e addirittura 125 Euro in più rispetto alla Svizzera. Le cose non cambiano se scegliamo un modello di capacità maggiore, anzi, sul modello da 64GB (che in Italia arriva a ben 949 Euro) ci sono quasi 150 Euro di differenza rispetto alla Svizzera, e 80 Euro con la Spagna, mentre resta quasi invariata la differenza con gli altri paesi e si pareggia il conto con la Svezia (in questo caso il prezzo differisce di un solo Euro). Stesso ordine di grandezza anche sul modello intermedio da 32GB (che in Italia costa 839 Euro) e sul vecchio iPhone 4S, che è rimasto in vendita a 629 Euro in un'unica variante da 16GB (anch'esso costa mediamente 50 Euro in meno negli altri paesi europei).
iPhone 5 è senz'altro il miglior iPhone prodotto finora (non potrebbe essere diversamente, cronologicamente parlando) ma il prezzo italiano ha toccato livelli davvero esorbitanti, soprattutto sul modello di punta. Chi dovesse già possedere un iPhone 4S può trovare ben pochi motivi per cambiare telefono (regola che vale in generale ogni anno, all'uscita di un nuovo modello, nei confronti della generazione precedente) e soprattutto diventa quasi d'obbligo valutare le offerte degli operatori: a fronte di quello che diventa a tutti gli effetti un pagamento rateale, è comunque inclusa una buona dose di traffico telefonico e di traffico dati, indispensabile per sfruttare al meglio tutte le caratteristiche di uno smartphone e, nello specifico, di iOS6.
martedì 18 settembre 2012
2, 24, 6, 7, 9, 15, 3... diamo i numeri
Nell'attesa di iO6 (che scaricherò appena disponibile per testarlo sia su iPhone che su iPad), Apple annuncia che in sole 24 ore sono stati venduti (per la precisione preordinati) 2 milioni di iPhone 5, cifra che polverizza qualsiasi record precedente, alla faccia dei soliti haters che bollavano il nuovo telefono di Apple come sicuro flop, giudicandolo come non-innovativo oppure non-rivoluzionario, appellativi generici che (in mancanza di reali giustificazioni) consentono di praticare il diffuso sport della critica per partito preso.
A New York, davanti all'arcinoto cubo di cristallo, c'è anche chi si è già messo in fila, con oltre una settimana di anticipo, per accaparrarsi i primi modelli che arriveranno nei negozi... ma queste sono cose un po' inconsuete di chi, magari, cerca un piccolo momento di celebrità sul web...
Quello di cui vorrei parlare oggi (e sarà un argomento che svilupperò in futuro con un articolo ad-hoc) riguarda però il processore utilizzato da Apple nell'iPhone 5. Se era relativamente facile pronosticare (anche con largo anticipo) che il nuovo iPhone avrebbe avuto una CPU con una nuova architettura, era meno facile intuire che il nuovo Apple A6 non si sarebbe basato su un'architettura standard come la ARM Cortex A15, né su altre architetture standard, ma piuttosto su un'architettura pesantemente customizzata da Apple per ottimizzare al meglio le prestazioni del proprio sistema, sui propri device, sia in termini di potenza calcolo che di consumi energetici.
Anche se i dettagli sono ancora pochi, come ben spiegato da Anandtech, Apple possiede sia la licenza per produrre CPU basate sulle tecnologie standard ARM, sia quella per customizzarle basandosi comunque sui relativi set di istruzioni. Nello specifico Apple ha progettato un'architettura proprietaria basandosi sulle istruzioni ARM-v7s, le stesse dell'architettura ARM Cortex A15, più avanzate delle ARM-v7 utilizzate dall'architettura Cortex A9 (utilizzata dai precedenti SoC Apple A4, A5, A5x, nonché da diversi concorrenti). Il risultato è un processore dual core che gira a clock relativamente bassi ma che assicura prestazioni paragonabile (se non migliori) a quelle di altri processori quad-core, che girano a clock ben più elevati, ma ancora legati alla "vecchia" architettura ARM Cortex A9.
Questa considerazione da sola basterebbe per far capire che l'innovazione di Apple non passa solamente da uno schermo allungato, da un'estetica che alcuni giudicano troppo simile al modello precedente (senza rendersi conto che certe scelte comportano una reingegnerizzazione completa della componentistica interna) o dalla fatto che siano presenti o meno porte USB o SD... progettare un processore personalizzato è una grande innovazione, senza considerare le particolarità del processo produttivo e altri dettagli minori, come le cuffie EarPods, frutto (pare) di 3 anni di studi legati alla geometria dell'orecchio, e di una moltitudine di prototipi realizzati con diversi materiali... spero solo che "càlzino" meglio dei precedenti, perché ho 6 paia di cuffie marchiate Apple che giacciono inutilizzate.
A New York, davanti all'arcinoto cubo di cristallo, c'è anche chi si è già messo in fila, con oltre una settimana di anticipo, per accaparrarsi i primi modelli che arriveranno nei negozi... ma queste sono cose un po' inconsuete di chi, magari, cerca un piccolo momento di celebrità sul web...
Quello di cui vorrei parlare oggi (e sarà un argomento che svilupperò in futuro con un articolo ad-hoc) riguarda però il processore utilizzato da Apple nell'iPhone 5. Se era relativamente facile pronosticare (anche con largo anticipo) che il nuovo iPhone avrebbe avuto una CPU con una nuova architettura, era meno facile intuire che il nuovo Apple A6 non si sarebbe basato su un'architettura standard come la ARM Cortex A15, né su altre architetture standard, ma piuttosto su un'architettura pesantemente customizzata da Apple per ottimizzare al meglio le prestazioni del proprio sistema, sui propri device, sia in termini di potenza calcolo che di consumi energetici.
Anche se i dettagli sono ancora pochi, come ben spiegato da Anandtech, Apple possiede sia la licenza per produrre CPU basate sulle tecnologie standard ARM, sia quella per customizzarle basandosi comunque sui relativi set di istruzioni. Nello specifico Apple ha progettato un'architettura proprietaria basandosi sulle istruzioni ARM-v7s, le stesse dell'architettura ARM Cortex A15, più avanzate delle ARM-v7 utilizzate dall'architettura Cortex A9 (utilizzata dai precedenti SoC Apple A4, A5, A5x, nonché da diversi concorrenti). Il risultato è un processore dual core che gira a clock relativamente bassi ma che assicura prestazioni paragonabile (se non migliori) a quelle di altri processori quad-core, che girano a clock ben più elevati, ma ancora legati alla "vecchia" architettura ARM Cortex A9.
Questa considerazione da sola basterebbe per far capire che l'innovazione di Apple non passa solamente da uno schermo allungato, da un'estetica che alcuni giudicano troppo simile al modello precedente (senza rendersi conto che certe scelte comportano una reingegnerizzazione completa della componentistica interna) o dalla fatto che siano presenti o meno porte USB o SD... progettare un processore personalizzato è una grande innovazione, senza considerare le particolarità del processo produttivo e altri dettagli minori, come le cuffie EarPods, frutto (pare) di 3 anni di studi legati alla geometria dell'orecchio, e di una moltitudine di prototipi realizzati con diversi materiali... spero solo che "càlzino" meglio dei precedenti, perché ho 6 paia di cuffie marchiate Apple che giacciono inutilizzate.
domenica 9 settembre 2012
Di tutto di più... più o meno...
Oggi notavo una tastiera per PC che sul lato destro, sotto il tastierino numerico (debitamente "spostato" verso l'alto) accoglieva un trackpad con i relativi due pulsanti per il click sinistro e destro.
Pur comprendendo la necessita' di una simile scelta (che puo' essere legata sia alla volonta' di dare una soluzione "compatta" in mancanza di mouse, sia alla possibilita' di offrire l'utilizzo di gesture anche su un sistema desktop, soprattutto in vista di Windows 8) non ho potuto fare a meno di notare la differente filosofia di scelta tra la soluzione proposta da Apple e quella che ho visto oggi.
Apple sceglie la via della semplificazione: offre una tastiera compatta, senza tastierino numerico (confidando, forse, anche nel fatto che la gente e' sempre piu' abituata alle tastiere delle macchine portatili, vendute ormai in grande maggioranza) e un trackpad di dimensioni generose, un trackpad che si affianca alla perfezione alla tastiera compatta e che consente di sfruttare al meglio le nuove modalita' di interazione introdotte in Lion, modalita' che fanno grande uso di gestures. Per inciso, per chi non lo sapesse, il trackpad di Apple (le cui dimensioni sono generose anche sui portatili) non ha pulsanti separati e si affida al tap con due dita per "emulare" il click destro: una grande area riservata a numerose funzioni attivabili con due, tre, e quattro dita, gesture che si utilizzano per selezionare, trascinare, zoomare, scorrere documenti immagini in tutte le direzioni, muoversi avanti e indietro tra le pagine, cambiare spazio di lavoro (e quindi applicazione, se le utilizziamo lo schermo pieno) richiamare Mission Control, Launchpad, la nuova area delle notifiche, e altro ancora... Da quando ci sono tutte queste gestures, il Magic mouse giace dimenticato sulla mensola, e quando uso un portatile Windows cerco continuamente (e senza successo) di ritrovare le stesse funzioni.
Di contro la soluzione che visto oggi, integrata nella tastiera, offre per forza di cose un trackpad di dimensioni ridotte (e' su una normale tastiera, sotto il tastierino numerico, e deve lasciare spazio anche a due pulsanti) e sebbene sia presumibilmente utilizzabile senza grossi problemi per muovere il puntatore sullo schermo (a meno che non si comporti come quello del portatile Windows che sto usando adesso, che e' quasi ingestibile per quanto sia poco preciso) difficilmente potrebbe essere utilizzato in modo efficiente per delle gesture che vanno oltre le due dita... pero' quella tastiera puo' "vantare" di avere "di tutto e di piu'": e' estesa (col tastierino numerico), ha tasti speciali, ed ha anche un trackpad con ben due pulsanti... peccato che l'esperienza di utilizzo potrebbe rivelarsi poco soddisfacente...
Apple, solitamente, offre meno opzioni, ma quelle che offre sono pensate per offrire il meglio. Certo, nessuno e' perfetto e nessuno e' esente da errori: anche Apple sbaglia, le lamentele sono all'ordine del giorno e spesso la volonta' di semplificare si scontra con la scomparsa di funzioni che per alcuni utenti sono molto utili (se non indispensabili). Tra i vari esempi che possiamo fare, mi viene in mente la storia del copia&incolla in iOS: Apple l'ha portata su iOS solo con la versione 3 ma quando l'ha introdotta l'ha fatto nel migliore dei modi, cosi' che il suo utilizzo possa essere realmente utile, veloce, ed efficace. Non ho idea di cos'abbia significato a livello di design questa implementazione, ne' so se possano esistere modi migliori per realizzarla, ma so che quando cerco di usare il copia&incolla in Android (che, giustamente, si vanta di avere questa funzione da sempre) e' sempre una lotta che si traduce frequentemente in una perdita di tempo (ad onor del vero, devo dire che faccio riferimento alla versione 2.3.3 del Samsung Galaxy S: spero, per gli utenti Android, che le versioni piu' recenti, o le altre implementazioni, siano migliori).
Un altro esempio riguarda l'evoluzione dei sistemi operativi: come ho gia' avuto modo di discutere ampliamente, Apple (almeno per ora) mantiene i due ambienti ben distinti, anche se tende ad accumunare la cosiddetta user experience introcucendo modalita' operative simili e diversi elementi comuni tra iOS e OSX. Microsoft, con Windows 8, realizzerà invece un sistema che contiene di tutto e di più, che offrirà sia l'ambiente desktop che la nuova interfaccia di interazione a tiles, creando probabilmente un po' di confusione negli utenti (anche se l'efettiva validità della scelta andrà valutata solo in ottica degli sviluppi futuri).
Il succo del discorso e' che "offire piu' roba degli altri" non significa offrire necessariamente un prodotto migliore: preferite un ristorante con un menu' di 20 pagine e centinaia di portate (che magari offre grandi quantita' di cibo a prezzo basso ma di quaità appena sufficiente), o un ristorante con solo una decina portate principali tra cui scegliere, magari neanche troppo abbondanti, ma preparate nel migliore dei modi? Certo, non è detto che le due cose non si escudano a vicenda: ci può essere il ristorante con poche portate, che costa molto, ma che rimane di dubbia qualità (la classica fregatura) e quello che riesce ad offire 100 piatti tutti di buona qualità... ma restano comunque delle eccezioni. Può esserci, invece, una diversa necessità del cliente in base all'occasione, alla necessità, e anche alla disponibilità... e il parallelo si traspone anche sull'utente di prodotti informatici: non criticate nessuna scelta "a priori", ma nemmeno valutate la bontà delle scelte solo in base "all'abbondanza" di opzioni.
Pur comprendendo la necessita' di una simile scelta (che puo' essere legata sia alla volonta' di dare una soluzione "compatta" in mancanza di mouse, sia alla possibilita' di offrire l'utilizzo di gesture anche su un sistema desktop, soprattutto in vista di Windows 8) non ho potuto fare a meno di notare la differente filosofia di scelta tra la soluzione proposta da Apple e quella che ho visto oggi.
Apple sceglie la via della semplificazione: offre una tastiera compatta, senza tastierino numerico (confidando, forse, anche nel fatto che la gente e' sempre piu' abituata alle tastiere delle macchine portatili, vendute ormai in grande maggioranza) e un trackpad di dimensioni generose, un trackpad che si affianca alla perfezione alla tastiera compatta e che consente di sfruttare al meglio le nuove modalita' di interazione introdotte in Lion, modalita' che fanno grande uso di gestures. Per inciso, per chi non lo sapesse, il trackpad di Apple (le cui dimensioni sono generose anche sui portatili) non ha pulsanti separati e si affida al tap con due dita per "emulare" il click destro: una grande area riservata a numerose funzioni attivabili con due, tre, e quattro dita, gesture che si utilizzano per selezionare, trascinare, zoomare, scorrere documenti immagini in tutte le direzioni, muoversi avanti e indietro tra le pagine, cambiare spazio di lavoro (e quindi applicazione, se le utilizziamo lo schermo pieno) richiamare Mission Control, Launchpad, la nuova area delle notifiche, e altro ancora... Da quando ci sono tutte queste gestures, il Magic mouse giace dimenticato sulla mensola, e quando uso un portatile Windows cerco continuamente (e senza successo) di ritrovare le stesse funzioni.
Di contro la soluzione che visto oggi, integrata nella tastiera, offre per forza di cose un trackpad di dimensioni ridotte (e' su una normale tastiera, sotto il tastierino numerico, e deve lasciare spazio anche a due pulsanti) e sebbene sia presumibilmente utilizzabile senza grossi problemi per muovere il puntatore sullo schermo (a meno che non si comporti come quello del portatile Windows che sto usando adesso, che e' quasi ingestibile per quanto sia poco preciso) difficilmente potrebbe essere utilizzato in modo efficiente per delle gesture che vanno oltre le due dita... pero' quella tastiera puo' "vantare" di avere "di tutto e di piu'": e' estesa (col tastierino numerico), ha tasti speciali, ed ha anche un trackpad con ben due pulsanti... peccato che l'esperienza di utilizzo potrebbe rivelarsi poco soddisfacente...
Apple, solitamente, offre meno opzioni, ma quelle che offre sono pensate per offrire il meglio. Certo, nessuno e' perfetto e nessuno e' esente da errori: anche Apple sbaglia, le lamentele sono all'ordine del giorno e spesso la volonta' di semplificare si scontra con la scomparsa di funzioni che per alcuni utenti sono molto utili (se non indispensabili). Tra i vari esempi che possiamo fare, mi viene in mente la storia del copia&incolla in iOS: Apple l'ha portata su iOS solo con la versione 3 ma quando l'ha introdotta l'ha fatto nel migliore dei modi, cosi' che il suo utilizzo possa essere realmente utile, veloce, ed efficace. Non ho idea di cos'abbia significato a livello di design questa implementazione, ne' so se possano esistere modi migliori per realizzarla, ma so che quando cerco di usare il copia&incolla in Android (che, giustamente, si vanta di avere questa funzione da sempre) e' sempre una lotta che si traduce frequentemente in una perdita di tempo (ad onor del vero, devo dire che faccio riferimento alla versione 2.3.3 del Samsung Galaxy S: spero, per gli utenti Android, che le versioni piu' recenti, o le altre implementazioni, siano migliori).
Un altro esempio riguarda l'evoluzione dei sistemi operativi: come ho gia' avuto modo di discutere ampliamente, Apple (almeno per ora) mantiene i due ambienti ben distinti, anche se tende ad accumunare la cosiddetta user experience introcucendo modalita' operative simili e diversi elementi comuni tra iOS e OSX. Microsoft, con Windows 8, realizzerà invece un sistema che contiene di tutto e di più, che offrirà sia l'ambiente desktop che la nuova interfaccia di interazione a tiles, creando probabilmente un po' di confusione negli utenti (anche se l'efettiva validità della scelta andrà valutata solo in ottica degli sviluppi futuri).
Il succo del discorso e' che "offire piu' roba degli altri" non significa offrire necessariamente un prodotto migliore: preferite un ristorante con un menu' di 20 pagine e centinaia di portate (che magari offre grandi quantita' di cibo a prezzo basso ma di quaità appena sufficiente), o un ristorante con solo una decina portate principali tra cui scegliere, magari neanche troppo abbondanti, ma preparate nel migliore dei modi? Certo, non è detto che le due cose non si escudano a vicenda: ci può essere il ristorante con poche portate, che costa molto, ma che rimane di dubbia qualità (la classica fregatura) e quello che riesce ad offire 100 piatti tutti di buona qualità... ma restano comunque delle eccezioni. Può esserci, invece, una diversa necessità del cliente in base all'occasione, alla necessità, e anche alla disponibilità... e il parallelo si traspone anche sull'utente di prodotti informatici: non criticate nessuna scelta "a priori", ma nemmeno valutate la bontà delle scelte solo in base "all'abbondanza" di opzioni.
sabato 1 settembre 2012
sei-sei-sei
In tempi non ancora sospetti (6 mesi fa) ragionando sul processore del nuovo iPad, ipotizzavo che per l'iPhone in uscita a breve non aveva senso un processore identico all'attuale ma con GPU potenziata: l'A5X è sostanzialmente un A5 modificato per supportare al megio il retina display dell'iPad... ma l'A5 è già montato sull'iPhone 4S, e il numero di pixel del prossimo iPhone (seppur con schermo allungato) non è paragonabile a quello dell'iPad, che ne conta 4 volte tanto...
Ecco quindi che la mia ipotesi di 6 mesi fa era quella dell'arrivo del processore Apple A6 prima nell'iPhone (a differenza del passato) e poi con un eventuale versione A6X, dal reparto grafico potenziato, per il prossimo iPad...
In questi giorni stanno girando in rete delle immagini che sembrano confermare la mia vecchia ipotesi, anche se siamo sempre nel campo delle indiscrezioni. Sempre a titolo ipotetico, ricordiamo che l'Apple A6 dovrebbe basarsi sulla tecnologia ARM Cortex A15 e potrebbe integrare anche l'architettura Macroscalar, i cui brevetti sono stati acquistati da Apple sempre 6 mesi fa, o pco prima...
A questo punto, visto che abbiamo a che fare con iOS6, e presumibilmente con un processore Apple A6, considerando anche che si tratta della sesta generazione del melafonino, siamo davvero sicuri che si chiamerà iPhone5? o forse si chiamerà iPhone6?
Ecco quindi che la mia ipotesi di 6 mesi fa era quella dell'arrivo del processore Apple A6 prima nell'iPhone (a differenza del passato) e poi con un eventuale versione A6X, dal reparto grafico potenziato, per il prossimo iPad...
In questi giorni stanno girando in rete delle immagini che sembrano confermare la mia vecchia ipotesi, anche se siamo sempre nel campo delle indiscrezioni. Sempre a titolo ipotetico, ricordiamo che l'Apple A6 dovrebbe basarsi sulla tecnologia ARM Cortex A15 e potrebbe integrare anche l'architettura Macroscalar, i cui brevetti sono stati acquistati da Apple sempre 6 mesi fa, o pco prima...
A questo punto, visto che abbiamo a che fare con iOS6, e presumibilmente con un processore Apple A6, considerando anche che si tratta della sesta generazione del melafonino, siamo davvero sicuri che si chiamerà iPhone5? o forse si chiamerà iPhone6?
mercoledì 13 giugno 2012
Apple, ora al timone c'è Cook
Dopo il breve commento postato ieri, ripropongo l'articolo pubblicato su Punto-Informatico:
[nota a margine: Apple ha rimosso la dicitura nuovo dall'aggiornamento poco aggiornato dei MacPro, "promettendo" per il 2013 un update molto più importante, probabilmente con tanto di restiling]
La WWDC di quest'anno era particolarmente sentita, non solo per il lungo elenco di novità che si attendevano (con diversi codici di nuovi prodotti attesi e svelati dalle indiscrezioni pre-evento) e nemmeno per il rinnovo della linea di Mac Pro (che dopo due anni di stasi sembrava quasi abbandonata da Apple) o per l'arrivo dei primi portatili con Retina Display. Se qualcuno sta pensando a Mountain Lion o a iOS6 (anch'esso svelato in modo più o meno maldestro da un cartellone la scorsa settimana), aggiunge altri elementi al puzzle ma non intravede ancora il disegno finale.
La WWDC di quest'anno è stata la prima manifestazione Apple ufficiale in cui Tim Cook ha preso le redini dell'azienda, situazione un po' diversa rispetto a quella in cui presentò iPhone 4S o anche il nuovo iPad, eventi di portata minore destinati alla presentazione di prodotti singoli in cui l'impronta di Jobs era sicuramente molto più evidente. Non che in tutto ciò presentato ieri manchi lo zampino di Jobs (la sua influenza probabilmente sarà più o meno visibile, forse non in tutti i prodotti, per almeno un altro paio d'anni) ma il fatto stesso di voler presentare in un colpo solo un così ampio spettro di nuovi prodotti indica, a mio avviso, la volontà di segnare un punto di svolta, una sorta di ripartenza simbolica della società di Cupertino.
Tim Cook si è ben destreggiato sul palco, lasciando i dovuti spazi ai propri collaboratori che di volta in volta hanno presentato al pubblico in sala (nonché a tutti quelli che seguivano la telecronaca via Rete) i nuovi tasselli della strategia futura di Apple, una strategia che, pur essendo sempre più focalizzata sui prodotti di maggior consumo (leggasi i vari iDevice basati su iOS), non trascura nemmeno il settore dei computer Mac, sebbene Mountain Lion strizzi sempre più l'occhio ad iOS. Di novità di cui parlare ce ne sarebbero molte, ma forse è meglio soffermarsi su qualche dettaglio che faccia meglio comprendere la direzione intrapresa da Apple e le sue strategie per il futuro.
Partiamo dal nuovo MacBook Pro con schermo Retina. Quella dello schermo ad alta densità di pixel è diventata una vera e propria mania per la casa della mela, mania che per certi versi è più che comprensibile: dal punto di vista del marketing introduce un elemento distintivo e di chiara caratterizzazione delle proprie macchine (almeno finché gli stessi display non verranno adottati anche dalla concorrenza) e dal punto di vista dell'utente, o quantomeno di certe categorie di utenti (anche potenziali), offre un nuovo standard qualitativo che, seppur non indispensabile in molti ambiti, riesce a farsi apprezzare. Al di là del display Retina in sé, non si può non notare come, in questi ultimi anni, l'offerta dei portatili Apple sia stata ampiamente rivisitata: alle due categorie consumer e pro (distinzione che nasceva dall'originaria semplificazione introdotta da Jobs al suo rientro in Apple) si è inizialmente affiancato l'ultraportatile Air, affiancamento che ha finito col rimpiazzare definitivamente il MacBook in policarbonato.
Ora l'avvento del modello Retina introduce una variante della linea Pro, linea che si semplifica perdendo un altro pezzo: il MacBook Pro da 17 pollici. Qualcuno dirà che si tratta dell'ennesimo taglio di un prodotto professionale a vantaggio di una caratteristica (il display Retina) destinata a gettare fumo negli occhi: personalmente credo che i vantaggi di un display ad alta densità di pixel siano notevoli, soprattutto per chi utilizza il portatile per elaborare foto o eseguire montaggio video, visto che avrà la possibilità di lavorare su un filmato fullHD guardandolo in una porzione di schermo a piena risoluzione, e avendo spazio sufficiente per tutti gli strumenti necessari al proprio lavoro. Ove sussista la reale necessità di lavorare su uno schermo di dimensioni maggiori, è sempre possibile collegare un monitor esterno.
Inoltre, le specifiche del MacBook Pro con Retina display non si fermano al nuovo schermo ma si spingono anche agli 8GB di RAM (espandibili a 16GB), alla memoria di archiviazione flash (fino a 768GB), alle due porte Thunderbolt da 10Gbps e alle USB 3.0 da 5Gbps: il meglio della linea Pro (come processori e comparto grafico) unito al meglio della linea Air (dimensioni, peso e memoria flash), il tutto condito da un nuovo display Retina e un'autonomia di 7 ore- Che piacciano o meno i prodotti Apple, sicuramente si tratta di una configurazione hardware interessante. Resta da chiedersi se e quando questa configurazione diventerà lo standard per tutti i portatili della Mela: prima o poi accadrà, ma manca ancora un po' di tempo.
Restando in ambito Mac, non si può mancare di accennare ai nuovi MacPro: annunciati più volte dai soliti rumors a causa del distante aggiornamento precedente (si parla dell'estate del 2010) i nuovi MacPro sono stati aggiornati un po' in sordina e si presentano nuovamente con lo stesso design dei tempi del PowerPC G5. A dispetto delle voci che volevano Apple abbandonare completamente il segmento, questo aggiornamento potrebbe rappresentare una buona risposta ma a mio avviso suona come un banco di prova finale: se conquisterà il pubblico, Apple continuerà a proporlo, ma se la risposta degli utenti sarà tiepida, questa release potrebbe essere il canto del cigno per una macchina che, nel bene e nel male, ha segnato un pezzo di storia di Apple. Il problema è che in realtà questo aggiornamento non è propriamente all'altezza delle aspettative e, nonostante la potenza di 12 core, i nuovi Mac Pro non propongono nessuna delle novità viste sulle altre macchine Apple: niente Thunderbolt, niente USB 3.0, e nemmeno grosse novità per quanto riguarda il comparto grafico. Difficile immaginare il futuro di questa linea di prodotto.
Al di là dell'hardware che tutti attendevano (non dimentichiamo che sono stati aggiornati anche tutti gli altri portatili, sia i MacBook Air che gli altri MacBook Pro), l'altro pezzo forte della manifestazione è stato il software: iOS 6 e Mountain Lion. Quello che Apple chiama "il sistema operativo mobile più avanzato al mondo" arriverà in autunno portandosi dietro la consueta lunga lista di nuove funzionalità, tra cui la tanto chiacchierata nuova versione delle mappe in 3D (completamente slegata da Google) e l'attesa italianizzazione di Siri (che sarà disponibile anche su iPad).
La novità più grossa di iOS 6 riguarda però la lista delle compatibilità: iOS6 sarà compatibile anche con l'iPhone 3GS, un telefono che seppur ancora in vendita risale al 2009. Viceversa, non sarà possibile installare la futura versione di iOS sulla prima generazione di iPad, eventualità sulla quale avevo già espresso qualche dubbio in occasione della prova del nuovo iPad. Al di là delle motivazioni tecniche e/o commerciali che stanno dietro questa scelta, va quantomeno riconosciuto che Apple intende proporre l'aggiornamento di iOS a tutti gli iDevice attualmente in listino, il che è un buon biglietto da visita per chi si appresta a comprare oggi un dispositivo di questo tipo (anche se alcune funzioni, come Siri, saranno disponibili solo per alcuni modelli).
Su Mountain Lion non si sono scoperte grosse novità: oltre a quello che già si sapeva, arriveranno le immancabili integrazioni con Twitter e Facebook (non se ne poteva fare a meno?) ma anche qualche funzione più interessante, come la possibilità di utilizzare AirPlay da Mac verso la Apple TV o verso altri accessori compatibili. Mountain Lion ruoterà intorno a iCloud e mutuerà molte funzioni e applicazioni già viste in iOS, in un processo di convergenza tra i due sistemi che è già iniziato con Lion.
A rendere interessante Mountain Lion sarà il prezzo: solo 16 Euro (15,99 per la precisione) e la possibilità di un aggiornamento gratuito per chi compra il Mac adesso, prima dell'uscita del nuovo sistema prevista per il mese di luglio. Strategicamente si tratta di una mossa ineccepibile, il metodo migliore per convincere gli utenti ad aggiornare il proprio sistema, confermando la tradizione che vede i clienti della Mela sempre più propensi ad adottare le ultime novità proposte da Apple. Sotto certi aspetti si tratta di aggiornamenti in parte forzati, ma al di là di situazioni specifiche legate alla compatibilità di determinati software professionali è la condizione migliore per guardare sempre avanti.
Riallacciandoci a quanto detto in apertura, Tim Cook ha superato a pieni voti la sua prima apparizione ad una manifestazione importante come la WWDC dimostrando con la sua personalità (diversa da quella di Jobs) di saper guidare Apple con lo stesso spirito di sempre, attento alle evoluzioni future a costo di dover andare incontro a qualche polemica sui tagli col passato (come il lettore ottico nei portatili della linea Pro). Consapevole di non essere il genio visionario che era Jobs, non esita a lasciare molto più spazio ai propri collaboratori (che poi erano gli stessi collaboratori di Jobs) riservandosi il ruolo di guida e coordinazione, e prestando la stessa attenzione ai dettagli che da sempre caratterizzano i prodotti della Mela. Guardando alla WWDC, il nuovo MacBook Pro con schermo Retina è quanto più simboleggia questi concetti, ben evidenziati nel video messo a disposizione sul sito: una nuova macchina per inaugurare una nuova era di Apple.
[nota a margine: Apple ha rimosso la dicitura nuovo dall'aggiornamento poco aggiornato dei MacPro, "promettendo" per il 2013 un update molto più importante, probabilmente con tanto di restiling]
La WWDC di quest'anno era particolarmente sentita, non solo per il lungo elenco di novità che si attendevano (con diversi codici di nuovi prodotti attesi e svelati dalle indiscrezioni pre-evento) e nemmeno per il rinnovo della linea di Mac Pro (che dopo due anni di stasi sembrava quasi abbandonata da Apple) o per l'arrivo dei primi portatili con Retina Display. Se qualcuno sta pensando a Mountain Lion o a iOS6 (anch'esso svelato in modo più o meno maldestro da un cartellone la scorsa settimana), aggiunge altri elementi al puzzle ma non intravede ancora il disegno finale.
La WWDC di quest'anno è stata la prima manifestazione Apple ufficiale in cui Tim Cook ha preso le redini dell'azienda, situazione un po' diversa rispetto a quella in cui presentò iPhone 4S o anche il nuovo iPad, eventi di portata minore destinati alla presentazione di prodotti singoli in cui l'impronta di Jobs era sicuramente molto più evidente. Non che in tutto ciò presentato ieri manchi lo zampino di Jobs (la sua influenza probabilmente sarà più o meno visibile, forse non in tutti i prodotti, per almeno un altro paio d'anni) ma il fatto stesso di voler presentare in un colpo solo un così ampio spettro di nuovi prodotti indica, a mio avviso, la volontà di segnare un punto di svolta, una sorta di ripartenza simbolica della società di Cupertino.
Tim Cook si è ben destreggiato sul palco, lasciando i dovuti spazi ai propri collaboratori che di volta in volta hanno presentato al pubblico in sala (nonché a tutti quelli che seguivano la telecronaca via Rete) i nuovi tasselli della strategia futura di Apple, una strategia che, pur essendo sempre più focalizzata sui prodotti di maggior consumo (leggasi i vari iDevice basati su iOS), non trascura nemmeno il settore dei computer Mac, sebbene Mountain Lion strizzi sempre più l'occhio ad iOS. Di novità di cui parlare ce ne sarebbero molte, ma forse è meglio soffermarsi su qualche dettaglio che faccia meglio comprendere la direzione intrapresa da Apple e le sue strategie per il futuro.
Partiamo dal nuovo MacBook Pro con schermo Retina. Quella dello schermo ad alta densità di pixel è diventata una vera e propria mania per la casa della mela, mania che per certi versi è più che comprensibile: dal punto di vista del marketing introduce un elemento distintivo e di chiara caratterizzazione delle proprie macchine (almeno finché gli stessi display non verranno adottati anche dalla concorrenza) e dal punto di vista dell'utente, o quantomeno di certe categorie di utenti (anche potenziali), offre un nuovo standard qualitativo che, seppur non indispensabile in molti ambiti, riesce a farsi apprezzare. Al di là del display Retina in sé, non si può non notare come, in questi ultimi anni, l'offerta dei portatili Apple sia stata ampiamente rivisitata: alle due categorie consumer e pro (distinzione che nasceva dall'originaria semplificazione introdotta da Jobs al suo rientro in Apple) si è inizialmente affiancato l'ultraportatile Air, affiancamento che ha finito col rimpiazzare definitivamente il MacBook in policarbonato.
Ora l'avvento del modello Retina introduce una variante della linea Pro, linea che si semplifica perdendo un altro pezzo: il MacBook Pro da 17 pollici. Qualcuno dirà che si tratta dell'ennesimo taglio di un prodotto professionale a vantaggio di una caratteristica (il display Retina) destinata a gettare fumo negli occhi: personalmente credo che i vantaggi di un display ad alta densità di pixel siano notevoli, soprattutto per chi utilizza il portatile per elaborare foto o eseguire montaggio video, visto che avrà la possibilità di lavorare su un filmato fullHD guardandolo in una porzione di schermo a piena risoluzione, e avendo spazio sufficiente per tutti gli strumenti necessari al proprio lavoro. Ove sussista la reale necessità di lavorare su uno schermo di dimensioni maggiori, è sempre possibile collegare un monitor esterno.
Inoltre, le specifiche del MacBook Pro con Retina display non si fermano al nuovo schermo ma si spingono anche agli 8GB di RAM (espandibili a 16GB), alla memoria di archiviazione flash (fino a 768GB), alle due porte Thunderbolt da 10Gbps e alle USB 3.0 da 5Gbps: il meglio della linea Pro (come processori e comparto grafico) unito al meglio della linea Air (dimensioni, peso e memoria flash), il tutto condito da un nuovo display Retina e un'autonomia di 7 ore- Che piacciano o meno i prodotti Apple, sicuramente si tratta di una configurazione hardware interessante. Resta da chiedersi se e quando questa configurazione diventerà lo standard per tutti i portatili della Mela: prima o poi accadrà, ma manca ancora un po' di tempo.
Restando in ambito Mac, non si può mancare di accennare ai nuovi MacPro: annunciati più volte dai soliti rumors a causa del distante aggiornamento precedente (si parla dell'estate del 2010) i nuovi MacPro sono stati aggiornati un po' in sordina e si presentano nuovamente con lo stesso design dei tempi del PowerPC G5. A dispetto delle voci che volevano Apple abbandonare completamente il segmento, questo aggiornamento potrebbe rappresentare una buona risposta ma a mio avviso suona come un banco di prova finale: se conquisterà il pubblico, Apple continuerà a proporlo, ma se la risposta degli utenti sarà tiepida, questa release potrebbe essere il canto del cigno per una macchina che, nel bene e nel male, ha segnato un pezzo di storia di Apple. Il problema è che in realtà questo aggiornamento non è propriamente all'altezza delle aspettative e, nonostante la potenza di 12 core, i nuovi Mac Pro non propongono nessuna delle novità viste sulle altre macchine Apple: niente Thunderbolt, niente USB 3.0, e nemmeno grosse novità per quanto riguarda il comparto grafico. Difficile immaginare il futuro di questa linea di prodotto.
Al di là dell'hardware che tutti attendevano (non dimentichiamo che sono stati aggiornati anche tutti gli altri portatili, sia i MacBook Air che gli altri MacBook Pro), l'altro pezzo forte della manifestazione è stato il software: iOS 6 e Mountain Lion. Quello che Apple chiama "il sistema operativo mobile più avanzato al mondo" arriverà in autunno portandosi dietro la consueta lunga lista di nuove funzionalità, tra cui la tanto chiacchierata nuova versione delle mappe in 3D (completamente slegata da Google) e l'attesa italianizzazione di Siri (che sarà disponibile anche su iPad).
La novità più grossa di iOS 6 riguarda però la lista delle compatibilità: iOS6 sarà compatibile anche con l'iPhone 3GS, un telefono che seppur ancora in vendita risale al 2009. Viceversa, non sarà possibile installare la futura versione di iOS sulla prima generazione di iPad, eventualità sulla quale avevo già espresso qualche dubbio in occasione della prova del nuovo iPad. Al di là delle motivazioni tecniche e/o commerciali che stanno dietro questa scelta, va quantomeno riconosciuto che Apple intende proporre l'aggiornamento di iOS a tutti gli iDevice attualmente in listino, il che è un buon biglietto da visita per chi si appresta a comprare oggi un dispositivo di questo tipo (anche se alcune funzioni, come Siri, saranno disponibili solo per alcuni modelli).
Su Mountain Lion non si sono scoperte grosse novità: oltre a quello che già si sapeva, arriveranno le immancabili integrazioni con Twitter e Facebook (non se ne poteva fare a meno?) ma anche qualche funzione più interessante, come la possibilità di utilizzare AirPlay da Mac verso la Apple TV o verso altri accessori compatibili. Mountain Lion ruoterà intorno a iCloud e mutuerà molte funzioni e applicazioni già viste in iOS, in un processo di convergenza tra i due sistemi che è già iniziato con Lion.
A rendere interessante Mountain Lion sarà il prezzo: solo 16 Euro (15,99 per la precisione) e la possibilità di un aggiornamento gratuito per chi compra il Mac adesso, prima dell'uscita del nuovo sistema prevista per il mese di luglio. Strategicamente si tratta di una mossa ineccepibile, il metodo migliore per convincere gli utenti ad aggiornare il proprio sistema, confermando la tradizione che vede i clienti della Mela sempre più propensi ad adottare le ultime novità proposte da Apple. Sotto certi aspetti si tratta di aggiornamenti in parte forzati, ma al di là di situazioni specifiche legate alla compatibilità di determinati software professionali è la condizione migliore per guardare sempre avanti.
Riallacciandoci a quanto detto in apertura, Tim Cook ha superato a pieni voti la sua prima apparizione ad una manifestazione importante come la WWDC dimostrando con la sua personalità (diversa da quella di Jobs) di saper guidare Apple con lo stesso spirito di sempre, attento alle evoluzioni future a costo di dover andare incontro a qualche polemica sui tagli col passato (come il lettore ottico nei portatili della linea Pro). Consapevole di non essere il genio visionario che era Jobs, non esita a lasciare molto più spazio ai propri collaboratori (che poi erano gli stessi collaboratori di Jobs) riservandosi il ruolo di guida e coordinazione, e prestando la stessa attenzione ai dettagli che da sempre caratterizzano i prodotti della Mela. Guardando alla WWDC, il nuovo MacBook Pro con schermo Retina è quanto più simboleggia questi concetti, ben evidenziati nel video messo a disposizione sul sito: una nuova macchina per inaugurare una nuova era di Apple.
martedì 12 giugno 2012
Al di là di tutto...
...al di là di tutto quello che si è visto ieri sera, il nuovo MacBook Pro con display Retina è un gran bel pezzo di macchina... non c'è solo lo schermo a fare la differenza, ma è tutta la macchina a presentare specifiche tecniche di spicco, in una combinazione che unisce il meglio dell'Air (sottile, leggero, memoria tutta flash, ed elevata autonomia) con il meglio del Pro (processore quadcore, doppia scheda grafica ad alte prestazioni, display da 15") e qualche novità extra (uscita HDMI, doppia porta Thunderbold, USB3).
Non manca inoltre la canonica cura maniacale ad ogni dettaglio, per un macchina che è stata completamente riprogettata in ogni componente interno, comprese le ventole per il raffreddamento e le relative prese d'aria, dettagli in parte spiegati nel video messo online da Apple (ma che sicuramente verranno alla luce nei prossimi giorni quando inizieranno le canoniche "vivisezioni", per esempio da parte di iFixit).
Non vedo l'ora che i prezzi si abbassino e che tutte queste tecnologie diventino standard su tutta la linea...
Non manca inoltre la canonica cura maniacale ad ogni dettaglio, per un macchina che è stata completamente riprogettata in ogni componente interno, comprese le ventole per il raffreddamento e le relative prese d'aria, dettagli in parte spiegati nel video messo online da Apple (ma che sicuramente verranno alla luce nei prossimi giorni quando inizieranno le canoniche "vivisezioni", per esempio da parte di iFixit).
Non vedo l'ora che i prezzi si abbassino e che tutte queste tecnologie diventino standard su tutta la linea...
mercoledì 30 maggio 2012
[10 anni fa] Frammentazione
10 anni, nel mese di maggio, Apple aggiornava gli iBook e inaugurava l'era degli (ormai defunti) Xserve; in realtà anche gli iBook è come se fossero ormai morti: trasformati in MacBook col passaggio ad Intel e contraddistinti dalla scocca in policarbonato rispetto ai MacBook Pro, dopo un passaggio travagliato per una versione in alluminio che creava solo confusione tra le linee, sono stati definitivamente eliminati per lasciare spazio agli Air.
Il titolo di questo articolo parla però di "frammentazione", e se questo termine oggi va molto di moda parlando di Android, anche 10 anni fa era più o meno di attualità, e sempre a proposito del sistema da cui Android deriva (e ne fa ormai parte), ovvero Linux. 10 anni fa "Caldera, Conectiva, SuSE e Turbolinux si alleavano per dar vita ad una versione unificata di Linux con cui conquistare il mercato aziendale e contrastare l'effetto frammentazione"; lascio a voi giudicare il risultato dell'operazione.
[Sempre a proposito di frammentazione, in questi giorni stanno circolando delle immagini della presunta scocca del futuro iPhone, con uno schermo di dimensioni e proporzioni differenti, nonché un nuovo connettore dock più piccolo... ma di questo ne parlerò in un articolo a parte]
Al di là di questo, tra una decina di giorni inizierà la WWDC di quest'anno, mentre 10 anni fa l'appuntamento con la conferenza degli sviluppatori era un appuntamento fisso del mese di maggio, per cui di questi tempi si tiravano le somme su quanto presentato: oltre all'hardware a cui ho accennato sopra, le novità riguardavano soprattutto MacOSX e, nel dettaglio, Jaguar, sistema che sarebbe stato rilasciato qualche mese più tardi. In quel periodo si discuteva molto di MacOS X, della sua anima UNIX, e del fatto che Apple avrebbe dovuto rilasciarne una versione anche per x86. Dal mio punto di vista ho sempre detto che Apple punta all'integrazione di hardware, software e servizi, e che quindi non avrebbe mai rilasciato MacOS X per x86 se non con le dovute precauzioni volte a mantenere il legame di cui sopra: di fatto Apple è passata a x86, ma non ha rilasciato una versione di MacOS X per la "piattaforma x86", ha sempre vincolato il proprio sistema alle proprie macchine... e credo che, nonostante il nuovo corso di Tim Cook, Apple continuerà ancora per questa strada.
Il titolo di questo articolo parla però di "frammentazione", e se questo termine oggi va molto di moda parlando di Android, anche 10 anni fa era più o meno di attualità, e sempre a proposito del sistema da cui Android deriva (e ne fa ormai parte), ovvero Linux. 10 anni fa "Caldera, Conectiva, SuSE e Turbolinux si alleavano per dar vita ad una versione unificata di Linux con cui conquistare il mercato aziendale e contrastare l'effetto frammentazione"; lascio a voi giudicare il risultato dell'operazione.
[Sempre a proposito di frammentazione, in questi giorni stanno circolando delle immagini della presunta scocca del futuro iPhone, con uno schermo di dimensioni e proporzioni differenti, nonché un nuovo connettore dock più piccolo... ma di questo ne parlerò in un articolo a parte]
Al di là di questo, tra una decina di giorni inizierà la WWDC di quest'anno, mentre 10 anni fa l'appuntamento con la conferenza degli sviluppatori era un appuntamento fisso del mese di maggio, per cui di questi tempi si tiravano le somme su quanto presentato: oltre all'hardware a cui ho accennato sopra, le novità riguardavano soprattutto MacOSX e, nel dettaglio, Jaguar, sistema che sarebbe stato rilasciato qualche mese più tardi. In quel periodo si discuteva molto di MacOS X, della sua anima UNIX, e del fatto che Apple avrebbe dovuto rilasciarne una versione anche per x86. Dal mio punto di vista ho sempre detto che Apple punta all'integrazione di hardware, software e servizi, e che quindi non avrebbe mai rilasciato MacOS X per x86 se non con le dovute precauzioni volte a mantenere il legame di cui sopra: di fatto Apple è passata a x86, ma non ha rilasciato una versione di MacOS X per la "piattaforma x86", ha sempre vincolato il proprio sistema alle proprie macchine... e credo che, nonostante il nuovo corso di Tim Cook, Apple continuerà ancora per questa strada.
venerdì 20 aprile 2012
Retina per tutti
Nei giorni scorsi ho parlato dei possibili sviluppi del display dell'iPhone e del fantomatico iPad nano (ammesso che esisterà mai e che si chiamerà così).
Oggi vorrei parlare di cosa potrebbe accadere sui display dei computer, in particolare sui MacBook (Pro e Air). Partiamo dai portatili semplicemente perché sono display più piccoli: creare un retina display da 9.7" per l'iPad è stato decisamente più complesso (e più costoso) rispetto a quello da 3.5" dell'iPhone... saltare direttamente ai 21.5" o 27" dell'iMac e del Thunderbold display sarebbe pretendere troppo (sebbene non sia richiesta la stessa densità di pixel, vista la distanza maggiore di utilizzo) anche perché nell'ipotesi non troppo remota che Apple proceda alla consueta quadruplicazione della risoluzione, occorre anche un processore grafico in grado di gestire tutti quei pixel... e pare che i prossimi Intel Ivy-Bridge attesi sui nuovi MacBook siano pensati proprio per questo.
Presumibilmente potremmo quindi avere un MacBook Pro da 13" che passa dall'attuale risoluzione di 1280x800 ad un molto più definito 2560x1600, risoluzione ancora più elevata, per via del diverso rapporto, di quella dell'iMac da 27" (che arriva a 2560x1440). Un simile display avrebbe la rispettabile densità di 232 ppi, un bel salto in avanti rispetto ai 116 ppi attuali e non molto distante dai 264 ppi del nuovo iPad (potete verificare le varie densità e fare tutti i test che volete utilizzando un po' di matematica oppure un calcolatore online).
Il MacBook Air invece ha già adesso una risoluzione più elevata (1440x900, pari a circa 131ppi) ma è probabile che venga anch'esso unificato alla già elevata risoluzione di 2560x1600, lasciando i 2880x1800 come raddoppio delle dimensioni del MacBook Pro da 15", che in tal caso guadagnerebbe una definizione di 226ppi.
Chi ne guadagnerebbe di più da questo processo di quadruplicazione dell'area potrebbe essere il MacBook Air da 11", che passando a 2672x1536 raggiungerebbe l'esagerata definizione di 280ppi, superiore anche a quella del nuovo iPad; se però supponiamo qualcosa di più modesto per arrivare ad una definizione simile agli altri modelli già esaminati, potremmo pensare ad un 2048x1280 (che significherebbe 220ppi), 2400x1440 (254ppi) o un più standard 2560x1400 (264ppi).
Per il momento mi fermerei qui, sia perché (felice di essere smentito) non sono sicuro che anche il modello da 17" potrebbe godere da subito di un display ad alta definizione (nè tantomeno gli iMac), sia perché limitandosi a considerare queste taglie affrontiamo anche il discorso che vuole il nuovo MacBook Pro da 15" ridisegnato in veste Air. Premesso che la tendenza è sicuramente questa (rimozione dell'unità ottica e utilizzo di di dischi a stato solido) vedo ancora difficile un'unificazione delle due linee: un SSD da 512GB costerebbe troppo (anche da 256GB non è che sia molto economico), ma un MacBook Pro con un disco più piccolo mi pare poco indicato per un utilizzo Pro... Quello che vedo probabile è, da un lato l'ampliamento della linea Air con un modello da 15" (anche se cadrebbe un po' il significato di "ultrabook") e dall'altro un'evoluzione della linea Pro che veda sparire l'unità ottica a vantaggio di un computer più sottile e/o un doppio disco e/o una batteria che possa assicurare più autonomia. Probabilmente ne sapremo di più entro l'estate.
PS: chiudendo il discorso dei display, su MacRumors di qualche giorno fa c'era una scaletta di possibile evoluzioni dei display.
Oggi vorrei parlare di cosa potrebbe accadere sui display dei computer, in particolare sui MacBook (Pro e Air). Partiamo dai portatili semplicemente perché sono display più piccoli: creare un retina display da 9.7" per l'iPad è stato decisamente più complesso (e più costoso) rispetto a quello da 3.5" dell'iPhone... saltare direttamente ai 21.5" o 27" dell'iMac e del Thunderbold display sarebbe pretendere troppo (sebbene non sia richiesta la stessa densità di pixel, vista la distanza maggiore di utilizzo) anche perché nell'ipotesi non troppo remota che Apple proceda alla consueta quadruplicazione della risoluzione, occorre anche un processore grafico in grado di gestire tutti quei pixel... e pare che i prossimi Intel Ivy-Bridge attesi sui nuovi MacBook siano pensati proprio per questo.
Presumibilmente potremmo quindi avere un MacBook Pro da 13" che passa dall'attuale risoluzione di 1280x800 ad un molto più definito 2560x1600, risoluzione ancora più elevata, per via del diverso rapporto, di quella dell'iMac da 27" (che arriva a 2560x1440). Un simile display avrebbe la rispettabile densità di 232 ppi, un bel salto in avanti rispetto ai 116 ppi attuali e non molto distante dai 264 ppi del nuovo iPad (potete verificare le varie densità e fare tutti i test che volete utilizzando un po' di matematica oppure un calcolatore online).
Il MacBook Air invece ha già adesso una risoluzione più elevata (1440x900, pari a circa 131ppi) ma è probabile che venga anch'esso unificato alla già elevata risoluzione di 2560x1600, lasciando i 2880x1800 come raddoppio delle dimensioni del MacBook Pro da 15", che in tal caso guadagnerebbe una definizione di 226ppi.
Chi ne guadagnerebbe di più da questo processo di quadruplicazione dell'area potrebbe essere il MacBook Air da 11", che passando a 2672x1536 raggiungerebbe l'esagerata definizione di 280ppi, superiore anche a quella del nuovo iPad; se però supponiamo qualcosa di più modesto per arrivare ad una definizione simile agli altri modelli già esaminati, potremmo pensare ad un 2048x1280 (che significherebbe 220ppi), 2400x1440 (254ppi) o un più standard 2560x1400 (264ppi).
Per il momento mi fermerei qui, sia perché (felice di essere smentito) non sono sicuro che anche il modello da 17" potrebbe godere da subito di un display ad alta definizione (nè tantomeno gli iMac), sia perché limitandosi a considerare queste taglie affrontiamo anche il discorso che vuole il nuovo MacBook Pro da 15" ridisegnato in veste Air. Premesso che la tendenza è sicuramente questa (rimozione dell'unità ottica e utilizzo di di dischi a stato solido) vedo ancora difficile un'unificazione delle due linee: un SSD da 512GB costerebbe troppo (anche da 256GB non è che sia molto economico), ma un MacBook Pro con un disco più piccolo mi pare poco indicato per un utilizzo Pro... Quello che vedo probabile è, da un lato l'ampliamento della linea Air con un modello da 15" (anche se cadrebbe un po' il significato di "ultrabook") e dall'altro un'evoluzione della linea Pro che veda sparire l'unità ottica a vantaggio di un computer più sottile e/o un doppio disco e/o una batteria che possa assicurare più autonomia. Probabilmente ne sapremo di più entro l'estate.
PS: chiudendo il discorso dei display, su MacRumors di qualche giorno fa c'era una scaletta di possibile evoluzioni dei display.
mercoledì 18 aprile 2012
Mini display
Settimana scorsa ho fatto qualche considerazione sui possibili sviluppi del display dell'iPhone (considerazioni che bene o male sono sostenute anche da altri).
Oggi vorrei invece parlare dello schermo del fantomatico iPad nano; restiamo nel campo delle vaghe ipotesi perché, nonostante i numerosi indizi, non c'è la minima certezza che questo dispositivo verrà mai alla luce: desiderato da molti (me compreso, anche se con forti dubbi sulla reale utilizzabilità) ma dichiarato inutile da Jobs, potrebbe arrivare tra le nostre mani come primo segno tangibile dei cambiamenti portati da Tim Cook (a onor del vero alcuni cambiamenti ci sono già stati, ma non a livello di linee di prodotto). In realtà mi viene un po' difficile pensare che un nuovo dispositivo come l'iPad nano possa entrare in produzione a soli 6 mesi dalla scomparsa di Jobs, senza che Jobs ci abbia messo lo zampino: più facile pensare che lo stesso Jobs sia ritornato sui suoi passi pensando che leggere un libro su uno schermo in verticale grande grossomodo la metà di quello dell'iPad, non è molto dissimile da leggere un libro sull'iPad con orientamento orizzontale... se ci aggiungiamo le voci che vogliono uno schermo AMOLED per l'iPad nano, e la recente impennata d'interesse di Apple verso il mercato dell'editoria digitale, il discorso potrebbe quadrare. Il famoso iPad nano potrebbe anche non essere un tablet in miniatura ma una sorta di eBook reader evoluto: nell'eBook reader "puro" Apple (o perlomeno Jobs) non ci ha mai creduto ma in questo caso, essendo un dispositivo basato su iOS, sarebbe in grado di far funzionare anche le applicazioni che già girano sui tablet e smartphone della mela, potrebbe chiamarsi iBooks (e non "iPad nano") e potrebbe puntare a far concorrenza al Kindle Fire piuttosto che agli altri tablet Android (o comunque puntare a quel settore specifico di mercato, a metà strada tra l'eBook-reader e il tablet). Idealmente, per una serie di motivi che andrò a spiegare in seguito, lo schermo dovrebbe essere da 7,85" ed avere la stessa risoluzione dell'iPad-non-retina (cioé 1024x768) quindi dal punto di vista della applicazioni farebbe riferimento a quelle per iPad; per via delle dimensioni dello schermo mi aspetto però che la variante iOS per questo dispostivo abbia alcune caratteristiche più vicini alla versione per iPhone (per esempio potrebbe non girare le icone del desktop in modalità landscape, oltre ad avere meno icone nel dock, nelle cartelle, o in ogni pagina).
Ma torniamo a ragionare sul display: dando per scontato che, per questioni tecniche e di compatibilità dei formati, la risoluzione sia di 1024x768 (sicuramente non può essere quella da 2048x1536, che già si fatica a produrre sui 10") se spalmiamo questi pixel su un display da 7,85" otteniamo una definizione di 163 dpi, decisamente inferiore ai 264 dpi del nuovo iPad, ma comunque superiore ai 132 dpi delle prime due generazioni del tablet Apple. Al di là del confronto con gli altri iPad, i più attenti avranno sicuramente notato che 163 dpi corrispondono alla stessa definizione dell'iPhone 3GS e dei suoi predecessori, quindi anche a livello di usabilità della GUI non si andrebbe incontro ad alcun controsenso, a patto di derivare alcune caratteristiche dell'interfaccia dalla versione iPhone di iOS, come accennato sopra.
Vista in quest'ottica l'idea comincia a stuzzicare anche me, anche se rimango un po' dubbioso sulla reale utilizzabilità di uno schermo di queste dimensioni in determinati contesti: non a caso vedo questo potenziale nuovo dispositivo puntare al segmento degli eBook reader evoluti, piuttosto che a quello dei tablet... chissà "se" e "cosa" salterà fuori...
Oggi vorrei invece parlare dello schermo del fantomatico iPad nano; restiamo nel campo delle vaghe ipotesi perché, nonostante i numerosi indizi, non c'è la minima certezza che questo dispositivo verrà mai alla luce: desiderato da molti (me compreso, anche se con forti dubbi sulla reale utilizzabilità) ma dichiarato inutile da Jobs, potrebbe arrivare tra le nostre mani come primo segno tangibile dei cambiamenti portati da Tim Cook (a onor del vero alcuni cambiamenti ci sono già stati, ma non a livello di linee di prodotto). In realtà mi viene un po' difficile pensare che un nuovo dispositivo come l'iPad nano possa entrare in produzione a soli 6 mesi dalla scomparsa di Jobs, senza che Jobs ci abbia messo lo zampino: più facile pensare che lo stesso Jobs sia ritornato sui suoi passi pensando che leggere un libro su uno schermo in verticale grande grossomodo la metà di quello dell'iPad, non è molto dissimile da leggere un libro sull'iPad con orientamento orizzontale... se ci aggiungiamo le voci che vogliono uno schermo AMOLED per l'iPad nano, e la recente impennata d'interesse di Apple verso il mercato dell'editoria digitale, il discorso potrebbe quadrare. Il famoso iPad nano potrebbe anche non essere un tablet in miniatura ma una sorta di eBook reader evoluto: nell'eBook reader "puro" Apple (o perlomeno Jobs) non ci ha mai creduto ma in questo caso, essendo un dispositivo basato su iOS, sarebbe in grado di far funzionare anche le applicazioni che già girano sui tablet e smartphone della mela, potrebbe chiamarsi iBooks (e non "iPad nano") e potrebbe puntare a far concorrenza al Kindle Fire piuttosto che agli altri tablet Android (o comunque puntare a quel settore specifico di mercato, a metà strada tra l'eBook-reader e il tablet). Idealmente, per una serie di motivi che andrò a spiegare in seguito, lo schermo dovrebbe essere da 7,85" ed avere la stessa risoluzione dell'iPad-non-retina (cioé 1024x768) quindi dal punto di vista della applicazioni farebbe riferimento a quelle per iPad; per via delle dimensioni dello schermo mi aspetto però che la variante iOS per questo dispostivo abbia alcune caratteristiche più vicini alla versione per iPhone (per esempio potrebbe non girare le icone del desktop in modalità landscape, oltre ad avere meno icone nel dock, nelle cartelle, o in ogni pagina).
Ma torniamo a ragionare sul display: dando per scontato che, per questioni tecniche e di compatibilità dei formati, la risoluzione sia di 1024x768 (sicuramente non può essere quella da 2048x1536, che già si fatica a produrre sui 10") se spalmiamo questi pixel su un display da 7,85" otteniamo una definizione di 163 dpi, decisamente inferiore ai 264 dpi del nuovo iPad, ma comunque superiore ai 132 dpi delle prime due generazioni del tablet Apple. Al di là del confronto con gli altri iPad, i più attenti avranno sicuramente notato che 163 dpi corrispondono alla stessa definizione dell'iPhone 3GS e dei suoi predecessori, quindi anche a livello di usabilità della GUI non si andrebbe incontro ad alcun controsenso, a patto di derivare alcune caratteristiche dell'interfaccia dalla versione iPhone di iOS, come accennato sopra.
Vista in quest'ottica l'idea comincia a stuzzicare anche me, anche se rimango un po' dubbioso sulla reale utilizzabilità di uno schermo di queste dimensioni in determinati contesti: non a caso vedo questo potenziale nuovo dispositivo puntare al segmento degli eBook reader evoluti, piuttosto che a quello dei tablet... chissà "se" e "cosa" salterà fuori...
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